Il pesticida più diffuso e usato al mondo in campo non solo agricolo ma anche civile (strade, ferrovie, massicciate, spazi pubblici, giardini, parchi ecc…), l’erbicida Roundup (a base di glifosato) del colosso agrochimico Monsanto, è stato inserito dall’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità – nella categoria delle sostanze potenzialmente cancerogene.
La punta di diamante del bilancio della Monsanto, anche grazie allo sviluppo di sementi resistenti al glifosato, che rappresentano la gran parte delle sementi OGM utilizzate oggi, è quindi sempre di più sul banco degli indiziati.
Già nel 1985 l’Agenzia USA per la protezione dell’ambiente (EPA) aveva catalogato il glifosato tra le sostanze che “forse provocano il cancro negli uomini”. Sei anni dopo però la stessa Agenzia declassò la sostanza a “non cancerogena per gli esseri umani”. Ma gli studi e gli indizi negli anni sono cresciuti, rilevando un aumento di danni cromosomici e una maggiore incidenza di linfomi non Hodgkin tra i lavoratori rurali esposti al diserbante, tra cui nel 2009 il biomonitoraggio di lavoratori rurali di cinque zone della Colombia, con accertamento dei marcatori che indicano danno cromosomico a seguito d’esposizione a glifosato.
Una commissione scientifica di 17 esperti da 11 paesi della massima autorità in materia di studio degli agenti cancerogeni, lo IARC (International Agency for Research on Cancer) di Lione, ha ora rivalutato quali molecole a probabile effetto cancerogeno: il diserbante glifosato e gli insetticidi malathion e diazinon. Le motivazioni sono state pubblicate da Lancet Oncology
D’altro canto nel 2012 uno studio condotto su ratti dal professor Seralini in Francia aveva accertato effetti di tossicità cronica su ratti, semplicemente prolungando il tempo di osservazione, utilizzando lo stessa procedura di test ritenuta valida e sufficiente per valutarlo come inoffensivo.
L’autorevole rivista Food and Chemical Toxicology, che aveva pubblicato lo studio di Seralini, l’aveva poi ritirato criticandone i “limiti di metodo”. Ma il professor Séralini l’ha ripubblicato denunciando la “coincidenza” tra il ritiro e l’arrivo in redazione della rivista di Richard Goodman, “un biologo che ha lavorato molti anni per Monsanto”.
L’ agenzia ambientale italiana, l’ISPRA, nell’ultima edizione del Rapporto nazionale pesticidi nelle acque, ha reso noto come, una volta di più, la ricerca nelle acque del glifosato è effettuata solo in Lombardia, dove la sostanza è stata trovata ben nel 31,8% dei campioni (171) di acque superficiali, mentre il suo metabolita, AMPA, è stato accertato nel 56,6% dei campioni di acqua.
Analoghi i risultati delle acque in Francia dove gli accertamenti dell’agenzia delle acque del Sud Est dell’Esagono hanno rinvenuto residui di glifosate in tre quarti dei campioni prelevati.
D’altro canto nel 2014 il governo dello Sri Lanka, a seguito di uno studio della locale Università, è stato costretto a vietare d’urgenza l’uso dell erbicida Roundup della Monsanto, per i gravi indizi che sia causa della grave e mortale patologia renale che negli ultimi anni ha colpito 400.000 agricoltori dello Sri Lanka, il 15% della popolazione della provincia srilankese del centro nord, causando circa 20 mila morti. La malattia insorge con esposizione all’erbicida glifosato (Roundup) della Monsanto se si beve acqua calcarea e si è esposti a metalli nefrotossici.
La decisione del paese orientale è successiva a quella di El Salvador, però non ancora operativa.
Merita rammentare e sottolineare come e quante fandonie rassicuranti siano state propinate non solo dalla Monsanto ma anche dai vari poteri pubblici, sull’“accertata inoffensività” del glisofate.
Basti in proposito ricordare la risposta nel 2013 del Governo svizzero a una interrogazione parlamentare, in cui tra l’altro sfacciatamente si afferma:
“Fondamentalmente il glifosato è una delle sostanze meglio studiate a livello internazionale. L’UFSP, così come l’OMS e l’UE, concordano nel ritenere che, secondo lo stato attuale delle conoscenze, l’uso di questa sostanza in osservanza delle relative prescrizioni rappresenta un rischio trascurabile per la salute dell’essere umano. Dai più recenti studi non è finora emerso alcun elemento che possa mettere in dubbio questa conclusione”.
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