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Api / Agricoltura / Ambiente

Dove e perché non volano più le api

(6 maggio 2009) (aggiornamento: 20 settembre 2010)

Ape atterrando su fiore giallo con ligula pronta a libareFinalmente dal mondo degli apicoltori una buona notizia: nel nord Italia è tornato nella primavera del 2009, come anche in  quella del 2010, l’allegro e operoso ronzio delle api.  Proponiamo la disamina delle motivazioni di questo importante miglioramento.

Dopo dieci anni di crescente moria  e sofferenza produttiva dei preziosi insetti gli apicoltori della padana tirano un sospiro di sollievo. Gli apicoltori e le loro associazioni territoriali testimoniano che le “Le api sono tornate come dieci anni fa, prima dell’entrata in commercio dei neonicotinoidi. Una vera e propria “esplosione di vita”. 

Gli apicoltori, fra i pochi uomini quotidianamente a contatto con un insetto, hanno negli ultimi anni levato, in varie parti del Mondo, la loro allarmata voce su fenomeni sempre più inquietanti, anche se diversi e non facilmente spiegabili, di crisi delle api e apicoltura.
Ogni buona “indagine” per avere qualche speranza di successo deve necessariamente procedere effettuando da un lato verifiche e connessioni indiziarie e dall’altro esclusioni e subordinazioni causali rispetto alle prime apparenze.

Salta agli occhi in primo luogo un enorme problema veterinario da globalizzazione conseguente a un “salto di specie”: un acaro parassita, ben tollerato e contrastato da un’altra razza d’api asiatica, è passato sulla nostra ape domestica. La vampirizza, prolifica e si moltiplica, succhia le energie vitali della famiglia d’api, diffonde vari virus e patologie e quindi prima debilita gli alveari per poi portarli inesorabilmente a morte.

Da sole le nostre api non sanno difendesi da questo parassita, la varroa, e senza l’ausilio dell’uomo, per la prima volta da milioni di anni, la nostra adattabile e vitale ape non riesce a sopravvivere e a produrre. Questa si è dimostrata quindi una sfida ben ardua!

E’ assai difficile, infatti, “spulciare” con acaricidi e difendere l’ape, uno degli insetti più fragili e complessi, da un “parassita scemo”, scemo proprio poiché uccide il suo ospite.

Ma questa “bio invasione” è avvenuta da diversi decenni in Italia e in Europa e ha già provocato una selezione drastica degli apicoltori.

Hanno continuato a poter coltivare questa passione solo gli apicoltori che hanno imparato ad aggiornarsi per accudire e difendere il loro animale.

Come mai allora solo negli anni più recenti le cose sono così peggiorate?

Per cercare di rispondere a questo quesito bisogna considerare tutti gli indizi e allargare l’orizzonte e visione, non limitarsi a sorbire cronache sovente superficiali, se non a volte addirittura condizionate da precisi interessi in gioco.

In una indagine epidemiologica si procede normalmente per esclusione dei fattori concomitanti e conseguenti per concentrare l’attenzione sui macro fenomeni, l’esatto opposto di quanto stanno facendo nel mondo gran parte della “ricerca scientifica” e delle amministrazioni pubbliche.

Significativo e non ricordato da nessun commentatore è il fatto che nonostante enormi programmi di sviluppo e relativi investimenti da parte delle nazioni emergenti (già fra i maggiori paesi produttori di miele) come Cina, Brasile e Turchia la produzione mondiale di miele non incrementi ma anzi sia in calo.

Altrettanto di rilievo è poi che la crisi dell’apicoltura sia particolarmente grave proprio nell’insieme del territorio che è stata la culla per l’evoluzione di api e apicoltura: l’Europa.

Insomma, pur con andamento discontinuo, vari e crescenti segnali confermano una crisi mondiale sia di sopravvivenza e sia, soprattutto, di produttività delle api.

Su parte di questo fenomeno (la sopravvivenza) si sono incentrati molteplici studi e interrogativi.

L’esito di molte ricerche scientifiche unidirezionali incentrate prioritariamente se non unicamente sulle possibili cause patologiche quale probabile spiegazione del fenomeno (conseguenti e coerenti con l’opzione, di grande presa comunicazionale, tesa ad affrettatamente “battezzare” il fenomeno quale patologia: il CCD) segna il fallimento, la limitatezza di visione (casuale?), di tale impostazione d’indagine.

Mentre l’effetto di nuovi pesticidi e della monocoltura desertificante della biodiversità vengono solo citati (non sempre…) tra le possibili cause e non sono oggetto di approfondimenti non si contano gli studi che imputano a questa o a quella patologia fattoriale ruolo determinante, per poi accertare e concludere che tali agenti patologici non sono né così “nuovi”, come affermato in primo momento, né “importati- arrivati” di recente, né probabilmente così determinanti nell’insorgenza della debilitazione ma, forse, conseguenti alla debilitazione stessa.

Vari soggetti nel campo della ricerca e delle organizzazioni apistiche stanno e con crescenti riscontri seguendo una pista ben diversa.  

Si sta cioè diffondendo, finalmente, la consapevolezza che la crisi delle api non è conseguente a un solo e unico fattore di ordine veterinario e/o climatico, non è un’epidemia similare alla BSE…non è l’Aviaria…!

Nel mondo degli insetti le e api si contraddistinguono per essere, infatti, molto più fragili e delicate ad esempio di scarafaggi e zanzare, poiché hanno un ciclo vitale, un’”intelligenza vitale”, molto più complessi e articolati.

Il ciclo vitale delle api è di relazione unica, non paragonabile ad alcun altro animale, con l’ambiente.

Un’ape può visitare 700 fiori in media.

Un alveare – 20.000 api bottinatrici- = 14 milioni i fiori/giorno.

Un kg di miele in media = circa 100.000 chilometri , quanti giri completi della Terra? Velocità media di volo di un ape: 24 km/h orari.

Raggio di raccolto 3 km = 2.600 Ha = 4.000 campi da calcio.

Enorme consumo energetico in un anno per la sopravvivenza dell’alveare (200 e + Kg miele, 60 e + Kg polline ad elevatissimo contenuto e qualità proteici) indipendente da fonti di energia poco costanti e da qualità variabile di nutrimento in spazio vitale protetto, con temperatura controllata.

Gli apicoltori accudendole raccolgono solo il sovrappiù rispetto alle necessità vitali dell’alveare.

Miliardi di prelievi quotidiani di diversificata qualità di matrici- aria, nettare, acqua, polvere, polline e propoli- la rendono più efficiente che qualsiasi umana agenzia ambientale.

L’organismo dell’alveare è un animale complesso, capace di assolvere compiti e funzioni molto articolate e mirate, ma è privo di significativi meccanismi biologici di depurazione.

Contrariamente alla gran maggioranza degli altri insetti il ciclo di vita non è stagionale e le materie di cui è fatto il corpo dell’alveare (quali cera e propoli ad es.) hanno vita pluriennale.

Qualsiasi sostanza con cui entra in contatto la famiglia d’api può lasciare una traccia residuale nel suo “corpo”, l’eventuale contaminazione non è sottoposta ad analoga dinamica di metabolizzazione o di espulsione come negli altri esseri viventi, se non quella determinata dal consumo, nel caso delle scorte, e del degrado delle varie molecole. in funzione delle loro caratteristiche precipue e del tempo.

Peraltro i vari elementi costituenti l’alveare (cera, miele, polline e propoli) si dimostrano sovente un ambiente ottimale per la conservazione, stabile nel tempo, di diversi principi attivi.

Il declino delle api è ovviamente conseguente all’intersecarsi di multifattoriali cause, veterinarie e climatiche incluse, ma, come l’esperienza dell’Italia dimostra, il degrado ambientale è la causa scatenante se non principale di tale declino.

Un dato fino a poco tempo fa scontato non viene più ricordato da molti “studiosi” e una evidenza innegabile è stranamente “non osservata” da più d’un interessato o condizionato ricercatore e responsabile amministrativo.

Le api sono un ottimo, eccezionale, “bio indicatore” ambientale e la loro crisi si evidenzia in tutta la sua gravità nei paesi dove più ha preso piede il modello agrochimico industriale, come Usa, Canada, Argentina, Giappone, Francia, Italia e Germania, con tutto il corollario di Ogm, diserbo sistematico e pesticidi.

Nel mondo si constata una impressionante perdita di terre coltivate e coltivabili.

Su 1.500 milioni di Ha coltivati nel Mondo, dal 1985 al 2000 si sono persi 285 milioni di Ha: 150 m. per strade, città e industrie, 60 m. per salinizzazione, 50 m. per erosione, 25 m. per desertificazione (FAO http://faostat.fao.org).

In Italia dal 1970 al 2005 la superficie agricola utilizzata e diminuita del 29%.

Dal 2000 nel nostro paese e in Europa gli apicoltori hanno lanciato un pressante e crescente allarme sull’utilizzo di nuovi principi insetticidi.

Si sono scontrati con un muro di gomma fatto di ben scarsa attenzione alle loro reiterate denunce, eppure l’Italia è il paese che distribuisce nelle sue campagne ben 150.000 tonnellate di chimica ed è il paese che usa ben il 33% dell’intera quantità d’insetticidi usata nei 27 paesi dell’Europa tutta.

I prodotti “incriminati” sono gli insetticidi sistemici neurotossici utilizzati sia in nebulizzazione e sia nel trattamento conciante delle sementi o del suolo. Le sementi di mais vengono conciate (ricoperte da una polvere) con i nuovi insetticidi “neonicotinoidi di seconda generazione”.

Nella semina vengono disperse polveri sottili (PM10) di veleno insetticida.

 La rugiada del mattino, i fiori dei fruttiferi e dei prati primaverili, le gialle distese di tarassaco, e la stessa aria sono contaminati con un impatto ambientale “invisibile” ma non per questo meno pericoloso, poiché anche dosi infinitesimali di tali molecole uccidono tutti gli insetti con cui entrano in contatto, ed anche a grande distanza dai campi di semina.

Il rapporto di causa effetto è immediato ed evidente, fuor d’ogni dubbio: iniziano le semine e gran parte delle api di campo colpite nella trasmissione celebrale, ubriacate non sanno più tornare alla loro famiglia. Quelle che riescono a rientrare in breve tempo muoiono trascinandosi con terribili spasmi convulsivi. Negli alveari restano solo la covata in allevamento e la casta delle giovani api (dedite alle cure di casa). Questi apiari non produrranno quindi più miele.

Ma questi potentissimi veleni vengono anche e sempre più distribuiti e utilizzati in vario modo su tutte le coltivazioni: nei fruttiferi, nei vigneti, sugli agrumi, su orticole, barbabietole, per la difesa del verde pubblico e privato, su ornamentali ecc…

E le campagne si spopolano non solo di uomini ma anche di tutti gli insetti indispensabili alla perpetuazione della vita e della fertilità….

A seguito di una vasta campagna di monitoraggio degli spopolamenti degli alveari, che ha visto in prima fila enti locali e associazioni apistiche si è ottenuto che il Governo, anche grazie all’azione di parte delle regioni, si decidesse a finalmente sospendere precauzionalmente e provvisoriamente l’uso di queste molecole almeno per la concia del mais.

La vicenda delle conce killer di api e insetti utili, che ha avuto analoghi sviluppi anche in Francia, Germania e Slovenia, conferma alcuni gravi sospetti ed è tale da implicare una necessaria messa in discussione della capacità pubblica di controllo sugli interessi privati di alcuni potenti soggetti economici.

Conferma, infatti, l’inadeguatezza e inefficienza delle procedure autorizzative comunitarie e nazionali di principi attivi e preparati copiosamente sparsi nelle nostre campagne.

Conferma più che altro le pericolose conseguenze di un metodo che chiede prioritariamente al venditore di fornire garanzie sull’innocuità e/o accettabilità del rischio del prodotto che vende e che addirittura pone il venditore stesso nel ruolo di importante se non unico “consulente scientifico” delle scelte pubbliche.

Conferma infine che anche agricoltura e agricoltori possono essere oggetto di marketing per “creare e indurre a consumi” utili solo a chi trae profitti da quei consumi, a prescindere dal danno economico, sociale e ambientale che comportano nel tempo.

E’ un film già visto, un brutto film con drammatico finale, un film dall’esito scontato come dimostrano le recenti vicende del mondo della finanza: guai e solo guai (irreparabili?) possono derivare da un sistema in cui i “controllati” sono al contempo controllori!

Ma siamo proprio nella situazione di Davide e Golia: le pressioni dei grandi colossi della chimica per far sì che sia nuovamente legalizzato al più presto l’uso di queste sostanze è fortissima e nel contempo… se ne continua a consentire l’uso per varia somministrazione su molte altre colture.

E ciò nonostante siano gravissimi gli indizi di un effetto di tali sostanze non solo puntuale, come nel caso della semina del mais, ma anche nel tempo, subdolamente efficace con esiti cronici e comportamentali sulle api, conseguenti alla stabilità ed efficacia prolungata propria di queste molecole.

Quanto osservato in campo e denunciato dagli apicoltori trova, infatti, sempre più importanti e fondate conferme in evidenze e ricerche scientifiche:

  • Il professor Vincenzo Girolami entomologo agrario dell’Università di Padova ha dimostrato che la sostanza tossica dispersa nel terreno, dove stabilmente si conserva, contamina pesantemente l’acqua essudata dalle piantine quando si verifica il fenomeno della guttazione.
  • Negli U.S.A. il Dipartimento di Regolazione dei Pesticidi (DRP) dello Stato della California ha accertato un livello di contaminazione ambientale da neonicotinoidi tale da costringere l’ente a dover decidere la riconsiderazione dell’autorizzazione d’uso di tutti (centinaia!) i preparati utilizzati in agricoltura a base di tali principi attivi. E ciò da parte di un’amministrazione e ricerca che propone, ancora (imperterrita nella subalternità totale a interessi privati ammantati della qualifica di “referenti scientifici”) criteri di tossicità per l’ape superiori centinaia di volte a quelli determinati scientificamente e utilizzati correntemente in Europa!
  • L’Università di Tolosa in Francia ha nel frattempo reso noto un approfondito studio che documenta importantissime e rilevanti turbe comportamentali all’ape se questa entra in contatto con infime (0,1ppb) quantità di principi attivi neurotossici. Con particolari enormi, possibili implicazioni proprio sulla capacità olfattiva che tale e tanto rilievo ha nel ciclo biologico dell’ape e proprio sotto il profilo della risposta e resistenza dell’ape a vari patogeni e parassiti.
  • La ricerca italiana, pubblica e indipendente, denominata Apenet ha confermato scientificamente quanto verificato in campo dagli apicoltori come ampiamente riportato nella Relazione sull’attività svolta e sui primi risultati ottenuti nell’ambito del progetto Apenet per la tematica “Effetti del mais conciato sulle api”.

La crisi di api e apicoltura è strettamente connessa alla relazione unica di questo animale con il territorio e ci segnala ben di più che una problematica dell’animale: il degrado dell’ambiente e in particolare l’imprevista, nefasta, influenza dei recenti indirizzi di produzione e di difesa delle colture agrarie.

Monocoltura, monocoltura in successione, utilizzo non sufficientemente prudente di molecole chimiche nuove di devastante, persistente tossicità, questi sono alcuni dei fattori “patogeni” che affliggono la sopravvivenza dell’ape, ne indeboliscono le difese immunitarie e ne implicano il calo apprezzabile delle capacità produttive.

Le api sono partner e parte indispensabile della fertilità vegetale e ci segnalano giusto appunto un grave crescente degrado della fertilità.  

Il miglioramento eclatante dello stato di salute degli allevamenti apistici in Italia, nelle zone a coltivazione di mais, è la dimostrazione di campo di quanto fosse motivata e urgente la sospensione d’autorizzazione delle conce neurotossiche per le sementi di mais.

L’ape è un eccezionale termometro di vivibilità ambientale, ci parla delle modificazioni ambientali e ci dice che il suo declino mondiale è parte e sintomo lampante della rottura degli equilibri naturali del ciclo della vita, impariamo a considerarla senza più dare retta alle interessate sirene di quanti cercano di sollevare polveroni per non lasciarci prendere atto della realtà.

In conclusione possiamo affermare che il cuore di questo problema non è questa o quella “diabolica” molecola ma come d’ora in avanti produrre l’energia primaria che deriva all’uomo dalla coltivazione della terra.

Gli insetticidi neurotossici pervasivi sono affiancati da sempre più potenti, e pericolosi, fungicidi, di possibile effetto tossico sinergico con gli insetticidi e le patologie di api e insetti, e da modalità produttive basate sul “diserbo” sistematico e sullo stravolgimento dei cicli colturali, frutto delle acquisizioni di conoscenza e scienza agricola che l’uomo ha sviluppato in migliaia di anni.

La monosuccessione colturale assorbe più input energetici di quanti può renderne nel tempo, inquina acque di superficie e di profondità, crea deserto di vita e biodiversità, è metodo più efficace e veloce per selezionare e diffondere piaghe agricole e…infertilità.

I neurotossici sono, e saranno sempre più, accompagnati da altre se non più potenti armi e molecole.

I neonicotinoidi sono detti “sistemici” poiché trasformano la pianta per tutta la sua vita in un insetticida per poi trasferirsi dalla terra, ancora attivi, nelle piante che gli succederanno in quei campi, sono le truppe d’assalto di tale “nuova rivoluzione verde”; pian piano si infiltrano ovunque, ovunque lasciano il loro segno e residuo e quello dei loro ancor più subdoli metaboliti.

I neonicotinoidi sono il plotone d’assalto che afferma una “cultura”, una modalità di coltivare e invadere l’ambiente di chimica a prescindere dalla presenza dello stesso pericolo per le colture, una difesa preventiva continuata senza necessità e sovente priva persino d’utilità se non per il profitto di chi li vende e riesce a variamente imporne l’uso.

Non si sa se sia di Einstein l’affermazione che circola ovunque, ma possiamo affermare invece con certezza che uomo e ape hanno sempre vissuto assieme, rispettosamente, e ora se questo rispetto non c’è più e se uno dei due non sopravvive rimarranno ben poche speranze di vita anche per l’altro.

Dalle api stesse viene in definitiva la risposta alla nostra indagine.

Le api sono e debbono essere considerate la carta di tornasole!

La natura stessa ci mette a disposizione uno strumento per misurare l’impatto e l’accettabilità dell’umano operare: la sopravvivenza di api e apicoltura è termometro indispensabile per lo sviluppo di una nuova, moderna agricoltura durevole che consenta la produzione e la bio diversità dell’ape e dell’insieme degli insetti utili non solo nell’oggi ma anche e sopratutto nel domani.

Novi Ligure 6 maggio 2009 (aggiornato il 21 settembre 2010)
Francesco Panella
Presidente Unaapi

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