Rapporto dell’organismo internazionale sulla grave crisi di api e apicoltura, per cui il numero degli alveari è calato dal 10 al 30% negli ultimi anni in Europa, del 30% negli Stati Uniti, oltre l’85% in Medio Oriente.
Dai pesticidi all’inquinamento atmosferico, alla perdita di diversità botanica, sarebbero più di una dozzina i fattori che provocano il declino delle api e degli impollinatori, secondo l’ultimo rapporto pubblicato il 10 marzo dall’United Nations Environment Programme (UNEP).
Il Colony Collapse Disorder (secondo la definizione USA) è caratterizzato dalla scomparsa improvvisa delle api dalla colonia. Iniziato metà degli anni 60, il fenomeno ha subito un’accelerazione dal 1998 in Europa, in particolare Belgio, Francia, Italia, Olanda, Spagna e Regno Unito. Nel Nord America, le perdite più importanti a partire dal 2004, fino all’attuale, senza precedenti, carenza d’impollinatori. La sindrome si è manifestata anche in Cina, Giappone e Africa, e lungo il corso del Nilo.
Così, “il numero d’alveari è declinato dal 10 al 30% negli ultimi anni in Europa, del 30% negli Stati Uniti, oltre l’85% in Medio Oriente”, ha detto Peter Neumann, uno degli autori del rapporto dell’UNEP.
Questo declino è multifattoriale. Da un lato i pesticidi agricoli (Gaucho a base di imidacloprid, Reggent a base di fipronil, Poncho a base di clothianidin, Cruiser a base di thiametoxam). “Erbicidi e pesticidi possono ridurre la disponibilità di piante e fiori di campo, alimento essenziale per gli insetti impollinatori, soprattutto nella fase larvale”, sostiene lo studio. Queste molecole così come i semi cionciati con insetticidi e fungicidi, possono influenzare il senso d’orientamento, la memoria e il metabolismo delle api.
Studi di laboratorio dimostrano come alcuni insetticidi e fungicidi, in azione sinergica tra loro, risultano 1000 volte più tossici per le api, che ne sono fatalmente avvelenate.
Gli ‘impollinatori hanno anche molti nemici come: batteri, virus e acari.
“Nuove specie di patogeni fungini virulenti, migrano da una regione all’altra con gli scambi internazionali”, dice il rapporto.
Inoltre specie invasive come il calabrone asiatico, che ha colonizzato oltre la metà della Francia dal 2004, affliggono le colonie d’api.
D’altra parte, la sopravvivenza delle api e degli impollinatori selvatici è strettamente legata all’andamento dei sistemi agricoli in cui vivono. Riduzione, regressione e degrado delle risorse naturali e semi-naturali, riduzione delle superfici a leguminose, incremento del mais (che non produce nettare).
“Dagli anni ’80, s’è realizzata una riduzione del 70% delle varietà di fiori di campo “chiave“, osserva il rapporto.
Più di 20.000 specie di piante da fiore potrebbero scomparire nei prossimi decenni, se non si attiveranno serie misure di conservazione. “E utile ricordare che delle 100 specie di piante che forniscono il 90% degli alimenti in tutto il mondo, oltre 70% sono impollinate dalle api?”
Anche l’inquinamento dell’aria è fattore che spiega il declino degli impollinatori: interferisce con la loro capacità d’individuare il profumo floreale. Anche i campi elettromagnetici possono influenzare il comportamento delle api che possono essere sensibili perché dotate di “piccoli cristalli addominali che contengono piombo.”
Il lavoro svolto da tutti gli impollinatori equivale a circa 153 miliardi di euro, equivalente al 9,5% del valore della produzione mondiale di prodotti agricoli.
“Gli esseri umani si sono cullati nell’illusione che, nel corso del ventunesimo secolo, i mezzi tecnologici siano tali da poter fare a meno della natura”. Ma le api ci dimostrano invece quanto siamo dipendenti da servizi della natura, e ancora di più quando saremo 7 miliardi sulla terra “, ha dichiarato Achim Steiner, Direttore Esecutivo dell’UNEP e del Segretario generale delle Nazioni Unite.
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