Elzeviro di Pietro Citati pubblicato dal Corriere della Sera del 28 settembre 2011:
“Notizie che fanno bene al Paese“
Amo moltissimo il miele. Tutto il miele: il miele d’acacia, di castagno, di timo, di trifoglio, di lavanda, di menta, di salvia, di corbezzolo, di tiglio. Non c’è nessun dolce che lo eguagli: o solo, forse (ma non ne sono sicuro), la marmellata d’arancio inglese. Amo l’ape, che mi sembra la figura simbolica centrale della natura: il segno della metamorfosi vivente, che anima e trasforma le cose che ci circondano, e trasforma noi stessi nel corso dei mesi e degli anni.
Ma l’ape, a differenza degli uomini, non trasforma ciecamente: non cambia in miele l’erba, la pianta, lo sterco, qualsiasi fiore; in un caso produce il miele d’acacia, nell’altro quello di castagno, nel terzo quello di tiglio.
Come sapeva Omero, l’ape e il miele si possono paragonare soltanto ai grandi poeti e alla grande poesia: Dante era un’ape, Petrarca un’ape, Shakespeare un’ape, Leopardi un’ape. Tutti i poeti, fino ai tempi moderni, l’hanno saputo: scrivere poesia è l’esperienza della liquidità: Pindaro beveva acqua – acqua di una sorgente, acqua dell’oceano, prima di comporre versi. Pindaro e Orazio preferivano il miele. Tutto è liquido, dolce, mobile, amabile nella poesia – anche le cose più tragiche -, perché ha sapore di miele.
Quando possedevo una casa nella campagna toscana, un contadino aveva disposto in fondo al giardino quattro arnie, dove le api secernevano miele di ginestra. Ma non durò a lungo. Vicino al nostro giardino, un orribile commerciante piantò peschi, peri, albicocchi; e per uccidere qualsiasi verme o baco inondò i suoi alberi di pesticidi. Il giardino fu distrutto: nuvole di pesticidi, nere come il fumo del più terribile incendio, penetravano tra le piante, uccidevano i funghi leccini, pioppini, pinaioli, prataioli, che nascevano in ogni luogo, e assassinavano i porcospini, le istrici, le coccinelle, le api, gli uccelli. Lo stesso accadde in tutta l’Italia; e pochi anni fa le api morirono miseramente, e la produzione di miele, in certi luoghi, diminuì del sessanta per cento.
Su «Repubblica» del 26 settembre, Carlo Petrini dà una buona notizia, in un bellissimo articolo. Nel 2008, il ministero dell’Agricoltura ha sospeso l’uso dei pesticidi. Tutto è cambiato. «Le api non sono mai state così bene, belle e floride, capaci di lavorare meglio e di più. Non si registrano più morie», ha detto Francesco Panella, presidente dell’Associazione Apicultori. La produzione di miele del 2010 è aumentata del 26,3 per cento rispetto a quella del 2009. C’è un solo rischio: che il ministero dell’Agricoltura, cedendo alle fortissime pressioni dei produttori di pesticidi, non rinnovi il divieto anche nei prossimi anni.
Per una volta, l’Italia, questo Paese divenuto lento, penoso, arretrato, incapace, è all’avanguardia. In Francia il ministero dell’Agricoltura non ha sospeso l’uso dei pesticidi, e la moria delle api è continuata e peggiorata. Dove si vede che ci vuole pochissimo – una piccola legge quasi invisibile – perché il nostro Paese cammini, cresca, proceda, avanzi, migliori. La legge del nostro ministero dell’Agricoltura riguardo ai pesticidi dovrebbe essere stampata a lettere d’oro sui muri di tutti i ministeri, e di tutti gli Istituti pubblici e privati italiani.
Quella data da Carlo Petrini non è soltanto una buona notizia, ma è una vera notizia. I nostri giornali parlano incessantemente, male o bene, di Berlusconi. Appena trovo questo nome, volto la testa o giro il foglio del giornale. Le notizie su Berlusconi andrebbero abolite, perché Berlusconi non esiste, e quello che fa non ha alcuna importanza. La ricomparsa delle api e del miele è una notizia che andrebbe data in prima pagina su sei colonne, accanto alle vicende economiche dell’Europa e del mondo, alle quotazioni delle borse, agli avvenimenti in Siria, Arabia Saudita e Palestina.
Pietro Citati
28 settembre 2011
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