Quando si parla di nutrizione artificiale (e ancor più di nutrizione integrativa proteica), occorre valutare bene quando e se i vantaggi ottenuti superino i costi affrontati.![]()
Di cosa necessitano le api?
Innanzitutto di apporto energetico, garantito dagli zuccheri contenuti in nettare e melate, successivamente trasformati in miele e immagazzinati nei favi; l’apporto proteico, invece, così come quello di lipidi, vitamine, sali minerali e aminoacidi proviene essenzialmente dal polline che rappresenta un alimento di importanza basilare.
L’alimentazione proteica, infatti, è per le api fondamentale sia per lo sviluppo e la corretta funzionalità delle ghiandole ipofaringee (preposte alla produzione di gelatina reale), sia per l’allevamento della giovane covata, ma anche per la formazione del cosiddetto corpo grasso, un tessuto di riserva, che permette di immagazzinare sostanze alimentari già elaborate, rendendo disponibili all’organismo i nutrimenti in occasione dei momenti di difficoltà (avversità climatiche e, soprattutto, inverno), garantendo così all’ape una maggiore sanità e longevità. Questo meccanismo risulta di particolare importanza nella fase larvale: una larva sottoalimentata, infatti, non può dare origine ad un’ape matura, sana ed efficiente.

In condizioni normali, l’ambiente circostante è in grado di garantire tutto l’apporto nutritivo di cui necessitano le api. In questi ultimi anni, però, complici i cambiamenti climatici, le sofferenze della vegetazione e la crescente pressione antropica, risultano sempre più frequenti le situazioni di insufficienza alimentare, soprattutto proteica, persino in momenti dell’anno che normalmente non erano deficitari.
L’alveare in questi casi ha una certa autonomia, in funzione sia della quantità e qualità dei nutrimenti immagazzinati, sia della forza della famiglia stessa. Tuttavia in taluni casi è indispensabile che l’apicoltore sopperisca alla carenza con un’alimentazione supplementare, allo scopo di preservare il benessere dell’ape, anche per non compromettere la stagione in corso e quella successiva.
Essendo, infatti, uno degli effetti provocati dalla varroa proprio la riduzione della vitalità dell’ape e considerando che la sua aspettativa di vita è legata significativamente alla costituzione del corpo grasso, si può immaginare come gli effetti della varroa, unitamente a una ridotta formazione del corpo grasso per scarso apporto proteico, possano essere una causa di spopolamento autunnale delle famiglie e di una ripresa primaverile molto lenta e stentata.
La formazione di un corpo grasso ottimale diventa poi tanto più importante nelle zone dagli inverni freddi, dove le api per produrre calore a partire dall’alimento zuccherino utilizzano sostanze catalizzatrici, quali vitamine e oligoelementi: se questi non sono contenuti nel cibo, le api sono obbligate ad attingere dalle proprie riserve, contenute nel corpo grasso, influenzando in maniera negativa la durata di vita delle api. Le api svernanti, quindi, devono aver avuto la possibilità di formare, ancora in estate, un corpo grasso completo, garantendo alla famiglia le forze necessarie per svernare.
Vediamo quindi cosa può fare l’apicoltore per supportare le proprie colonie nel periodo tardo estivo, nei mesi di agosto-settembre, quando cioè si dovrebbero concentrare le forze non tanto sul prolungamento dell’allevamento della covata, quanto piuttosto sulla produzione di api svernanti di qualità.
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Una pratica normalmente adottata, è quella che prevede la raccolta di favi di polline o di solo polline, mediante trappole, da immagazzinare in congelatore o da disidratare in modo soft (basse temperature e solo uso di deumidificatore, senza portarlo ad essicazione) da riutilizzare in periodi di scarsa importazione pollinifera. E’ la soluzione più logica e naturale per le api, ma richiede un notevole impegno per la raccolta nel periodo di “abbondanza” e rappresenta un costo per l’azienda, sia per la raccolta/conservazione sia, caso frequente tra gli apicoltori, di acquisto presso aziende già impegnate nella raccolta del polline per scopi commerciali. Inutile sottolineare che il polline che si somministra alle api deve essere valido dal punto di vista proteico (ottimi, in questo caso, i pollini primaverili), raccolto con tempestività nelle trappole (per evitare insorgenza di muffe) e, fattore sempre più difficile da garantire, esente da tutti quegli elementi che potenzialmente possono provocare tossicità acuta/cronica per le api (fungicidi, neonicotinoidi, ma anche, e qui siamo noi apicoltori i responsabili, residui di prodotti acaricidi). Sintetizzando: somministrare del “buon” polline è, probabilmente, la migliore forma di integrazione proteica, ma ha un costo o richiede un impegno. Se non fosse possibile, è necessario, qualora sie ne presenti una necessità imperativa, somministrare proteine mediante supplementi proteici o sostituti del polline.

In linea generale, quali caratteri vanno ricercati in un sostituto:
- Attrattività per le api:è importante per l’assimilazione del prodotto da parte delle api. Può essere migliorata con l’introduzione di polline, zucchero o miele.
- Valore nutrizionale:l’alimento proteico deve avere caratteristiche molto prossime a quelle del polline. Per questo di solito viene aggiunto polline.
- Assenza di sostanze tossiche. Alti livelli di oli e sali possono provocare un aumento notevole della mortalità di api, così come anche la somministrazione di composti con un elevato livello di proteine crude può avere un effetto negativo sullo sviluppo della famiglia.
- Dimensioni delle particelle delle farine: tutti gli ingredienti devono essere molto fini (particelle inferiori ai 500 micron).
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Costo accessibile: l’alimentazione deve portare ad un vantaggio economico complessivo superiore ai costi di acquisto e di somministrazione.
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Vediamo ora come l’alimento integrativo può essere somministrato alle api.
Sebbene molti apicoltori abbiano provato la somministrazione dell’alimento in polvere, distribuito all’esterno dell’alveare o in prossimità dell’apiario, tutti concordano sul fatto che l’alimentazione fatta all’interno degli alveari, mediante torte o pani, risulti la più efficace, in quanto favorisce l’assimilazione del prodotto direttamente dalle api e indipendentemente dalle condizioni ambientali.
Alcune ricette in uso presso qualche apicoltore:
Dal punto di vista operativo, l’impasto finale potrà essere ripartito in masserelle da 200 a 500 grammi, confezionate in sacchettini o vaschette di plastica e potranno essere utilizzate immediatamente o riposte in congelatore per la conservazione fino al momento della distribuzione. Alle api va somministrata una tortina ogni 7-10 giorni. In alveari piccoli la dose può ridursi a 100 grammi ogni due settimane. Ciò che è importante ricordare è che una volta iniziata la nutrizione, è bene non interromperla fino alla comparsa di fioriture pollinifere adeguate per la famiglia, che nel frattempo avrà allargato la covata.
Se finora all’alimentazione zuccherina ricorrono numerosi apicoltori e si è dimostrata particolarmente efficace nell’allevamento delle famiglie, la nutrizione proteica, invece, non è mai stata largamente praticata. Questo sia perché molte volte non c’è effettiva necessità di utilizzare una integrazione proteica, sia perché diversi formulati commerciali negli anni passati hanno mostrato una tale scarsa appetibilità per le api, che gli apicoltori non sono stati invogliati nel proseguire su questa strada.
Attualmente la nutrizione proteica è adottata con sistematicità nelle aziende che moltiplicano le api per produzione di pacchi o di nuclei, mentre nelle attività dedite alla produzione di miele rappresenta uno strumento da utilizzare in situazioni di “emergenza” nutrizionale, che ha come obiettivo primario quello di conservare al meglio le capacità vitali dell’alveare e di renderlo così meno soggetto all’attacco delle patologie, che altrimenti accelerano pesantemente lo spopolamento ed il collasso degli alveari. Da non sottovalutare comunque che le circostanze in cui l’alimentazione proteica può portare a dei benefici variano nei diversi territori e che in molti casi il costo può essere superiore al vantaggio che l’integrazione effettivamente può dare.![]()
(Da un contributo originale di Andrea Fissore e Ulderica Grassone)
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