Una ricerca statunitense ha confrontato alveari non trattati e alveari trattati con Apistan®, Check Mite+® o un conservante del legno rame naftenato: emergono risultati in parte inattesi, su tutti la contaminazione anche degli alveari non trattati.
Berry et al. (2013) hanno valutato gli effetti dei diversi trattamenti in due diversi apiari (48 e 24 alveari) e per due stagioni. Per comprendere gli effetti sub-letali sulle api è fondamentale distinguerli dalle conseguenze degli effetti desiderabili (l’eliminazione delle varroe), pertanto gli alveari trattati sono stati confrontati con altri che non hanno ricevuto alcun trattamento acaricida, l’analisi ha tenuto conto dell livello di infestazione.
Il primo dato che emerge è la forte resistenza della varroa ad ambedue i principi attivi, tanto le differenze di infestazione tra gruppi trattati e non trattati non hanno raggiunto la significatività statistica.
La covata degli alveari trattati con i due acaricidi presentava una mortalità significativamente maggiore rispetto al controllo. Nei gruppi trattato con Check Mite+® l’aspettativa di vita delle api adulte è risultata inferiore rispetto ai controlli non trattati, mentre nei gruppi trattati Apistan® le api in media hanno vissuto più a lungo. Tuttavia si tratta di effetti biologicamente poco significativi, in quanto lo sviluppo complessivo delle popolazioni di api non è risultato alterato rispetto alle colonie non trattate.
L’effetto più importante è stato un aumento delle sostituzioni delle regine, di circa sei volte con i due acaricidi di sintesi, e di quattro volte con il rame naftenato.
Non sono state invece individuate differenze nelle capacità di orientamento delle bottinatrici e neppure nei livelli di infestazione da nosema.
L’analisi dei residui ha però fornito i risultati più interessanti ed inattesi: pur prelevando la cera dai favi più lontani da quelli venuti in contatto con le strisce e attendendo il termine dei trattamenti, negli alveari trattati con Check Mite+® sono stati rilevati valori di 256 000 ppb di coumaphos, pressoché raddoppiati nel secondo anno. Già nel primo anno i residui di coumaphos superavano di 5 volte il limite ammesso dalla normativa USA.
L’altro dato è la contaminazione, a livelli di centinaia di ppb, da parte del principio attivo non introdotto con il trattamento: la cera degli alveari trattati con Apistan® era contaminata anche dal coumaphos, mentre la cera degli alveari trattati con Check Mite+® era contaminata anche dal fluvalinate e quella degli alveari non trattati era a sua volta contaminata da entrambi i principi attivi. Le colonie sperimentali erano state avviate senza fogli cerei per evitare la presenza iniziale di residui, per cui, escludendo una contaminazione iniziale, gli autori hanno ipotizzato che all’origine del fenomeno ci fosse la deriva delle api o eventualmente che fosse presente nell’ambiente un’altra fonte di inquinamento.
La ricerca si aggiunge alla vasta letteratura sugli effetti sub-letali dei due trattamenti acaricidi chimici sulle api: sulle regine (Haarmann et al., 2002; Pettis et al, 2004; Collins et al., 2004) -qui confermati-, sui fuchi (Burley et al., 2008), sulle capacità di detossificazione e di risposta immunitaria delle api (Boncristiani et al., 2012 – in mieliditalia.it) e conseguenti sinergie dannose con altri pesticidi (Johnson et al., 2009) e patogeni (Locke et al., 2012 – in mieliditalia.it). Sarà interessante attendere eventuali conferme del fenomeno della “deriva degli acaricidi” nell’apiario.
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