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Api / Agricoltura / Ambiente

Copertina di Time: “un mondo senza api”

14 novembre 2013

Copertina Time agosto 2013Il Time ha dedicato la copertina di agosto alle api. Sullo sfondo nero, la scritta: “un mondo senza api”.

“Le api diminuiscono di anno in anno, con gravi conseguenze per l’agricoltura e l’economia. Sulle cause del preoccupante fenomeno non c’è unanimità. Tra gli indiziati: i pesticidi introdotti negli anni novanta”, così scrive Bryan Walsh.

Un bell’articolo, che offre un quadro chiaro e riassuntivo sulla situazione delle api, i rischi dei pesticidi e le conseguenze per  un mondo senza api.

Leggi l’articolo completo (traduzione di Internazionale).


Il mistero delle api scomparse

 Articolo di Bryan Walsh

Traduzione di Internazionale

Dobbiamo ringraziare l’Apis mellifera, meglio conosciuta come ape domestica occidentale, per un boccone su tre del cibo che mangiamo ogni giorno. Dai mandorleti della California centrale – dove in primavera miliardi di api provenienti dal resto del paese arrivano per impollinare raccolti del valore di diversi miliardi di dollari – alle torbiere del Maine dove crescono i mirtilli, le api sono le operaie oscure e non pagate del sistema agricolo statunitense, e creano un valore aggiunto di oltre 15 miliardi di dollari all’anno. A giugno, un negozio della catena Whole Foods del Rhole Island, per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema, ha temporaneamente tolto dagli scaffali tutti i prodotti alimentari che dipendono dall’impollinazione: su 453 ne sono spariti 237, tra cui mele, limoni e zucchine di diverse varietà. Le api “sono il collante che tiene insieme il nostro sistema agricolo”, ha scritto nel 2011 la giornalista Hannah Nordhaus nel suo libro The beekeeper’s lament.

Oggi quel collante rischia di non bastare più. Intorno al 2006 gli apicoltori hanno cominciato a notare un fenomeno inquietante: le api stavano scomparendo. Negli alveari c’erano nidi, cera, perfino miele, ma di api neanche l’ombra. Un male misterioso che gli studiosi hanno chiamato sindrome dello spopolamento degli alveari (Ssa). Da un giorno all’altro gli apicoltori si sono ritrovati al centro dell’attenzione dei mezzi d’informazione, mentre l’opinione pubblica era sempre più affascinata dal mistero. A distanza di sette anni le api continuano a morire a ritmi mai visti, e le cause restano oscure. Durante l’inverno del 2012 è scomparso un terzo delle colonie di api degli Stati Uniti, il 42 per cento in più rispetto all’anno precedente e ben oltre il 10-15 per cento di perdite che gli apicoltori si aspettano durante un normale inverno.

Con il tempo gli apicoltori possono tornare a riempire gli alveari svuotati, ma l’alto tasso di spopolamento sta mettendo sotto pressione il settore e tutto il sistema agroalimentare. Nel 2012 il numero totale delle api negli Stati Uniti è bastato a malapena a impollinare i mandorli della California, mettendo a rischio una produzione del valore di quasi quattro miliardi di dollari. Le mandorle sono il principale prodotto agricolo da esportazione della California, con un valore più che doppio rispetto alle famose uve da vino californiane. Ma le mandorle, che dipendono totalmente dalle api, sono solo la spia del problema. Per molti altri prodotti ortofrutticoli, dai meloni di Cantalupo ai mirtilli rossi alle angurie, l’impollinazione è l’unico strumento a disposizione degli agricoltori per massimizzare i raccolti. Se non ci fossero le api, la produzione calerebbe in modo permanente. “Il messaggio di fono è che siamo molto vicini al limite”, osserva Jeff Pettis, che guida il laboratorio di ricerca sulle api del dipartimento dell’agricoltura. “In questo momento è un terno al lotto”. 

Ecco perché gli studiosi come Pettis ce la stanno mettendo tutta per capire cosa sta uccidendo le api. I primi sospettati sono i pesticidi, in particolare una nuova classe di prodotti chiamati neonicotinoidi, che a quanto pare sono tossici per le api e altri insetti anche a dosaggi bassi. Alcuni ricercatori si sono concentrati su agenti apicidi come la Varroa destructor (nome più che mai appropriato), un acaro parassita che sta devastando le colonie di api dagli anni ottanta, quando è stato introdotto accidentalmente negli Stati Uniti. Altri ricercatori puntano su malattie batteriche e virali. La mancanza di un chiaro responsabile alimenta il mistero e la paura. Alcuni ambientalisti preannunciano una “seconda primavera silenziosa” citando il rivoluzionario libro di Rachel Carlson del 1962, da molti considerato il precursore del movimento ecologista. Una frase attribuita ad Albert Einstein è diventata uno slogan: “Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra all’umanità non resterebbero che quattro anni di vita”. 

Gli esperti dubitano che Einstein abbia mai pronunciato queste parole, ma l’errore di attribuzione è tipico della confusione che circonda la scomparsa delle api. La sensazione è che gli esseri umani stiano inavvertitamente sterminando una specie di cui si prendono cura – e da cui dipendono – da migliaia di anni. La scomparsa delle api renderebbe il nostro pianeta più povero e più affamato, ma a fare davvero paura è la possibilità che le api siano una sorta di avvertimento, il sintomo che c’è qualcosa di gravemente compromesso nel mondo che ci circonda. “Se non ci saranno subito dei cambiamenti assisteremo a una catastrofe”, dice Tom Theobald, un apicoltore del Colorado. “Le api sono solo l’inizio”. 

Se l’ape domestica è esposta a minacce naturali come i virus e non naturali come i pesticidi, vale la pena ricordare che l’ape stessa non è nativa del continente nordamericano. E’ stata importata in Nord America nel seicento e ha potuto prosperare fino a oggi perché ha trovato una nicchia perfetta all’interno di un sistema alimentare che chiede raccolti a prezzi sempre più bassi e in quantità sempre maggiori. E’ un ecosistema artificiale, commerciale, che oltre alle api e agli apicoltori, ha favorito anche i supermercati e i negozi di alimentari, garantendogli guadagni alti e stabili.

Effetti subletali

Jim Doan alleva api da quando aveva cinque anni, e ha ereditato la passione per le api da suo padre, che si pagò il college lavorando come apicoltore part time, e nel 1973 abbandonò il mercato dei titoli per dedicar- si a tempo pieno a questa attività. Le api sono perfino nello stemma di famiglia inglese dei Doan. Jim voleva diventare professore di agraria, ma poi il richiamo dell’apicoltura è stato troppo forte.

Per un po’ gli affari sono andati bene. La famiglia ha aperto un’attività nella cittadina di Hamlin, nello stato di New York, e ha Hamlin, nello stato di New York, e ha prosperato con il miele e i contratti di impollinazione con gli agricoltori. Quando il business era all’apice, l’azienda di Doan era una delle più grandi dello stato. Era responsabile dell’impollinazione del 10 per cento delle mele prodotte nello stato di New York e aveva circa seimila alveari. “Abbiamo fatto un sacco di miele, e pure un sacco di soldi”, racconta.

Tutto è iniziato nel 2006, quando è arrivata l’Ssa. Quell’inverno Doan ha alzato la copertura dei suoi alveari per controllare le api e non ha trovato niente. “C’erano centinaia di alveari ma dentro non c’era nemmeno un’ape”, ricorda. Negli anni successivi ha subito perdite continue: le api si ammalavano e morivano. Per rimediare ha comprato delle nuove api regine e ha suddiviso in diversi alveari le colonie superstiti, riducendo così la produzione di miele e spremendo sempre di più le api sane sopravvissute. Alla fine la situazione è diventata insostenibile. Nel 2013, dopo decenni di attività, Doan ha gettato la spugna. Ha venduto i suoi 45 ettari di terra – avrebbe voluto farlo dopo la pensione – e ora sta pensando di cedere anche le attrezzature, ammesso che qualcuno le compri. Nel frattempo continua ad allevare api, quanto basta per tirare avanti mentre valuta altre opzioni, compresa quella di andare a lavorare per Walmart.

Attraversiamo il cortile pieno di arnie accatastate. Doan mi presta una giacca protettiva e un velo da mettermi sul viso. Avanza lentamente tra le arnie – in parte perché è grosso e in parte perché alle api non piacciono i movimenti bruschi – e sparge del fumo, che scherma i feromoni di allarme delle api e le tiene calme. Apre le arnie e ne estrae dei telai mobili – le minuscole impalcature su cui le api costruiscono gli alveari – per vedere come se la cava la nuova popolazione che ha importato dalla Florida. Alcuni telai pullulano di api striscianti, miele e celle sane piene di larve. Altre invece sembrano abbandonate: perfino la cera si sta sfaldando. Queste arnie vengono girate su un fianco.

A Doan è sempre piaciuto guardare le api. “Ora siamo arrivati al punto che ogni volta che le controllo ho paura”, dice. “Sarà una buona giornata, saranno vive, o troverò un sacco di robaccia? È deprimente lavorare così”.

Doan non è il solo a pensare di abbandonare questo lavoro. Negli ultimi quindici anni il numero degli apicoltori commerciali è sceso di tre quarti e mentre tutti concordano sul fatto che il gioco non vale più la candela, le opinioni su quale sia la causa principale variano. Doan pensa che siano i pesticidi neonicotinoidi, ed effettivamente gli indizi a loro carico sono molti. 

I neonicotinoidi vengono usati su più di 140 raccolti diversi e anche in molti orti domestici: questo significa infinite possibilità di esposizione per tutti gli insetti che ci entrano in contatto. Doan mi mostra alcuni studi di campioni di polline presi dagli alveari che indicano la presenza di decine di sostanze, tra cui i neonicotinoidi. Qualche tempo fa Doan ha testimoniato di fronte al congresso sui pericoli delle sostanze chimiche e tramite un’azione legale, insieme ad altri apicoltori e a gruppi ambientalisti, ha chiesto all’ente per la protezione dell’ambiente (Epa) di vietare due pesticidi della classe dei neonicotinoidi. “Le conseguenze non sono marginali e non sono astratte”, dice Peter Jenkins, avvocato del Center for food safety e tra i principali sostenitori della causa. “Sono una minaccia reale alla sopravvivenza degli insetti impollinatori”.

Da decenni gli agricoltori statunitensi inondano i campi di pesticidi, e questo significa che le api (che possono percorrere in volo fino a otto chilometri in cerca di cibo) sono esposte alle tossine da molto prima che si sentisse parlare dell’Ssa. Ma i neonicotinoidi, introdotti a metà degli anni novanta e poi diventati di uso comune, sono una faccenda diversa. Sono sostanze sistemiche, cioè contaminano i semi prima ancora che siano piantati e raggiungono ogni parte della pianta matura, compresi il polline e il nettare con cui potrebbero entrare in contatto le api. Inoltre possono durare molto più a lungo degli altri pesticidi. Non c’è modo di impedire che le api vengano esposte ai neonicotinoidi se nelle vicinanze sono stati usati dei pesticidi. “Abbiamo prove sempre più abbondanti degli effetti pericolosi dei neonicotinoidi, soprattutto se combinati con altri agenti patogeni”, spiega Peter Neumann, responsabile dell’Istituto di salute delle api dell’università di Berna, in Svizzera.

Paradossalmente, i neonicotinoidi sono più sicuri per la salute di chi lavora nei campi, perché si distribuiscono in modo più mirato rispetto alle vecchie classi di pesticidi, che invece si disperdono nell’aria. A quanto pare, però, le api sono particolarmente sensibili a queste sostanze. Gli studi dimostrano che i neonicotinoidi aggrediscono il sistema nervoso dell’insetto, interferendo con le sue capacità di volo e di orientamento senza ucciderlo subito. “Ci sono moltissimi studi scientifici sugli impatti subletali per le api”, dice James Frazier, entomologo della Penn State University. Gli effetti ritardati dell’esposizione spiegano forse perché le colonie continuano a morire anno dopo anno nonostante gli sforzi degli apicoltori. È come se le api venissero avvelenate poco alla volta.

La tentazione di scaricare la colpa della moria delle api sui neonicotinoidi è forte. La diffusione di questi pesticidi coincide più o meno con il picco dello spopolamento e, in fin dei conti, i neonicotinoidi servono proprio a uccidere gli insetti. Le sostanze chimiche sono onnipresenti: secondo uno studio recente, il polline delle api viene contaminato, in media, da nove diversi pesticidi e fungicidi. Ma soprattutto, se il problema sono i neonicotinoidi, la soluzione è semplice: vietarli. È quello che ha deciso di fare quest’anno la commissione europea, sospendendo per due anni l’uso di alcuni neonicotinoidi. L’Epa sta studiando una revisione dei neonicotinoidi, ma probabilmente non li vieterà, anche perché le prove non sono definitive. In Australia, per esempio, gli apicoltori sono stati risparmiati dall’Ssa anche se usano i neonicotinoidi, mentre la Francia continua a perdere api pur avendo introdotto severe restrizioni sull’uso dei pesticidi in dal 1999. I produttori di pesticidi sostengono che il livello attuale di esposizione ai neonicotinoidi è troppo basso per essere la causa principale dello spopolamento. “Abbiamo usato gli insetticidi per anni”, dice Randy Oliver, un apicoltore che ha fatto ricerche in proprio sull’Ssa. “Non sono così convinto che sia il problema principale”.

Territorio ostile

Anche se i pesticidi sono in cima alla lista dei sospettati della morte delle api, ce ne sono altri. Gli apicoltori, per esempio, si so- no sempre dovuti difendere dall’American foulbrood o peste americana (una malattia batterica che uccide le api durante lo sviluppo) e dal piccolo coleottero degli alveari, che infesta le colonie. La guerra più lunga e sanguinosa, tuttavia, è quella contro la Varroa destructor, un microscopico acaro che scava tra le celle in cui si trovano le larve. L’acaro è provvisto di una lingua affilata e biforcuta capace di bucare l’esoscheletro e di succhiare l’emolinfa, l’equivalente del sangue negli insetti. E poiché la Varroa è in grado di diffondere una serie di altre malattie – per le api è come una specie di ago ipodermico – un’infestazione incontrollata di acari può provocare la morte dell’alveare in pochissimo tempo. 

La Varroa è comparsa per la prima volta negli Stati Uniti nel 1987, probabilmente diffusa dalle api infette importate dal Sudamerica, e da allora ha sterminato miliardi di api e da allora ha sterminato miliardi di api. Le contromisure usate dagli apicoltori, come gli acaricidi chimici, hanno funzionato solo in parte. “Quando è arrivata la Varroa abbiamo dovuto cambiare modo di lavorare”, spiega Jerry Haeys, responsabile commerciale del settore api della Monsanto. “Non è facile ammazzare un piccolo insetto che sta sopra un insetto più grande”.

Altre ricerche puntano su infezioni fungine come il parassita Nosema ceranae. Ma anche in questo caso le prove non sono risolutive: alcuni alveari falcidiati dall’Ssa mostrano segni di funghi, acari o virus, altri no. Qualche apicoltore è scettico sull’esistenza di una causa scatenante, e sostiene che l’Ssa sia imputabile a quella che viene chiamata scherzosamente Ppb, piss-poor beekeeping (apicoltura da due soldi): sarebbero cioè gli apicoltori a non essere più capaci di badare alla salute delle loro colonie. Effettivamente non tutti gli apicoltori hanno subito perdite catastrofiche, ma lo spopolamento è un fenomeno talmente duraturo e generalizzato che prendersela con le vittime sembra una cattiveria. “Ho allevato api per decenni”, dice Doan. “Non è che improvvisamente nel 2006 mi sono dimenticato come si fa”.

Bisogna anche tenere presente che gli apicoltori vivono in un paese sempre meno ospitale per le api. Per sopravvivere, gli insetti hanno bisogno di fiori e spazi incontaminati dove procurarsi il cibo. Da questo punto di vista l’industrializzazione del sistema agricolo ha remato contro, trasformando la campagna in un susseguirsi di monocolture: campi di mais o semi di soia che per le api affamate di polline e nettare sono come un deserto. Con il Conservation reserve program (Crp) il governo statunitense prende in affitto dagli agricoltori alcuni appezzamenti di terra e li sottrae alla produzione per preservare i terreni, la flora e la fauna. Ma dopo l’impennata dei prezzi  di alcune colture di base, come il mais e i semi di soia, gli agricoltori hanno scoperto che possono guadagnare molto di più seminando che affittando i terreni al governo. Quest’anno solo 10,2 milioni di ettari verranno affittati nell’ambito del programma Crp, un terzo in meno rispetto al picco massimo del 2007 e il livello più basso dal 1988.

Primavera solitaria

I nemici delle api sono molti, ma non siamo ancora all’apocalisse. Nonostante gli elevati tassi annuali di spopolamento, negli ultimi quindici anni il numero delle colonie presenti negli Stati Uniti è rimasto stabile intorno ai 2,5 milioni. È un calo significativo rispetto ai 5,8 milioni di colonie del 1946, ma in questo caso il fenomeno è dovuto più alla concorrenza del miele importato a basso costo e al generale svuotamento delle campagne negli ultimi cinquant’anni (dal 1935 a oggi il numero di aziende agricole negli Stati Uniti è passato da 6,8 ad appena 2,2 milioni, nonostante il boom della produzione). Le api hanno una notevole capacità di riprodursi, e anno dopo anno gli apicoltori superstiti riescono a ricostituire le loro colonie anche dopo una forte perdita. Ma il fardello sta diventando insostenibile. Dal 2006 sono andati persi circa dieci milioni di alveari, per un costo di circa due miliardi di dollari. “Possiamo sostituire le api, ma non possiamo sostituire apicoltori con quarant’anni di esperienza”, dice Tim Tucker, vicepresidente della American beekeeping federation.

Le api sono molto preziose, ma anche senza di loro il sistema alimentare non crollerebbe. I prodotti che formano la spina dorsale della nostra dieta – granaglie come mais, grano e riso – si auto impollinano. I nostri pasti però sarebbero molto più grigi, e soprattutto molto meno nutrienti, senza mirtilli, ciliegie, angurie, lattuga e tante altre piante che difficilmente sarebbero in commercio senza l’impollinazione delle api. Potrebbero esserci delle soluzioni alternative. Nel sudest della Cina, dove le api selvatiche sono quasi tutte morte a causa dell’uso esteso dei pesticidi, gli agricoltori impollinano faticosamente a mano peri e meli con dei pennelli. Alcuni studiosi all’università di Harvard stanno testando delle minuscole api robotiche che un giorno potrebbero riuscire a impollinare. Per ora nessuna delle due soluzioni è tecnicamente o economicamente praticabile. Il governo potrebbe fare la sua parte imponendo restrizioni più severe sui pesticidi, soprattutto durante la stagione della semina. Si potrebbe dare maggior sostegno al programma Crp per interrompere le monocolture che soffocano le api. E ognuno di noi può dare il suo contributo piantando fiori in giardino ed evitando di usare pesticidi. Secondo Dennis vanEngelsdorp, uno scienziato dell’università del Maryland che studia l’Ssa in dalla sua comparsa, gli Stati Uniti sono affetti da “sindrome da deficit naturale” e le api ne fanno le spese.

Ma la realtà è che, a meno di una trasformazione radicale dei sistemi di produzione alimentare, negli Stati Uniti le difficoltà per gli apicoltori non diminuiranno. Oggi nel paese ci sono più di 1.200 pesticidi registrati, e nessuno si illude che diminuiranno di molto. È più probabile che saranno le api domestiche e i loro parassiti ad adattarsi al sistema agricolo. La Monsanto sta lavorando a una tecnologia di interferenza dell’Rna capace di uccidere l’acaro Varroa interrompendone l’espressione genica. Il risultato sarebbe un meccanismo di autodistruzione della specie, un’alternativa di gran lunga preferibile agli acaricidi tossici e spesso inefficaci che gli apicoltori sono stati costretti a usare. Intanto, un gruppo di ricercatori dell’università di Washington sta mettendo in piedi quella che probabilmente sarà la più piccola banca dello sperma al mondo: un magazzino di genomi delle api che saranno usati per creare una specie di ape domestica più resistente incrociando le 28 sottospecie riconosciute dell’insetto in tutto il mondo.

Gli apicoltori si sono già adeguati ai nuovi rischi del mestiere, investendo di più per dare un’aggiunta alimentare alle loro colonie. Questo ha fatto lievitare i costi, e alcuni studiosi temono che sostituire il miele con lo zucchero o lo sciroppo di mais possa compromettere la capacità delle api di combattere le infezioni. Ma per gli apicoltori, ormai alla deriva in una specie di landa desolata nutrizionale, non c’è molta altra scelta. L’apicoltura rischia di somigliare sempre di più al settore agroalimentare di cui fa parte: meno operatori, e aziende più grandi capaci di generare abbastanza ricavi per pagare le attrezzature e le tecnologie necessarie a sopravvivere in un ambiente ostile. “Alla fine alleveremo le api come facciamo con il bestiame, i maiali e i polli: le terremo rinchiuse e gli porteremo da mangiare”, dice Oliver, l’apicoltore che ha fatto ricerche in proprio. “Le metteremo all’ingrasso”.

È uno scenario che nessun apicoltore al mondo vorrebbe vedere. Ma forse è l’unico modo per tenere in vita le api domestiche. E in quando ci saranno mandorle, mele, albicocche e altre varietà di frutta e verdura che hanno bisogno dell’impollinazione – e in quando ci saranno agricoltori disposti a pagare per il servizio – gli apicoltori se la caveranno.

Dunque se l’ape domestica sopravvivrà, probabilmente sarà diversa da quella che abbiamo conosciuto per secoli. Ma c’è di peggio. Se negli ultimi tempi l’attenzione si è concentrata soprattutto sulle api domestiche commerciali, una sorte ancora peggiore è toccata ad altri insetti selvatici. A giugno del 2013 in Oregon sono morti 50 mila bombo dopo che un’impresa di architettura del paesaggio ha spruzzato dell’insetticida sugli alberi, causando il più grande sterminio di massa che si ricordi. A differenza dell’ape domestica, il bombo non può contare sull’aiuto e le cure umane. Ogni anno muoiono in tutto il mondo fino a centomila specie animali, quasi sempre nel silenzio e nell’indifferenza generale. È quello che succede quando una specie, la nostra, diventa talmente dominante da soffocare tutte le altre. Non siamo all’alba di una seconda primavera silenziosa. Sentiremo ancora nelle orecchie il ronzio delle api messe all’ingrasso. Ma gli esseri umani e le poche specie ancora nelle sue grazie potrebbero scoprire di essere diventati più soli.

Da sapere. Le api in cifre

Secondo i dati dell’Osservatorio nazionale miele pubblicati nel gennaio del 2013, in Italia ci sono tra i 35 e i 40 mila apicoltori e tra gli 11 e i 12 mila produttori apistici, cioè apicoltori che svolgono l’attività a fini commerciali. Gli alveari censiti in Italia sono 1.157.196, ma considerando quelli non registrati il numero reale potrebbe sfiorare 1,6 milioni.

Molte colture non potrebbero sopravvivere senza l’impollinazione delle api. Alcune dipendono dall’impollinazione solo in parte: prugne, susine e angurie al 65 per cento; sedano, cetrioli e ciliegie all’ 80 per cento; cipolle, mirtilli, broccoli, avocadi, asparagi e mele al 90 per cento. Le mandorle dipendono al 100 per cento dall’impollinazione delle api.{jcomments on}

 

 

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