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La determinazione dell’origine geografica del miele e le frodi collegate

ultima modifica: 31 Luglio 2010

a cura di Lucia Piana (maggio 1997)

In una serie di articoli ci proponiamo di affrontare i vari aspetti della frode sul miele. Non si deve pensare che si debbano intendere come sofisticazioni solo le contraffazioni del prodotto (il “miele” di zucchero, per intenderci), che tutto sommato devono ritenersi estremamente rare e collegate a particolari mercati; molto più comuni sono invece le frodi sull’origine geografica e botanica del prodotto.

Nel caso dell’origine geografica, quando un miele viene venduto con una denominazione che non gli corrisponde, è difficile pensare ad un errore in buona fede del responsabile della commercializzazione; a questo tipo di frode, forse attualmente la più diffusa, viene dedicato il primo articolo della serie.

 

Nel caso delle denominazioni botaniche invece, a causa della complessità del problema, non sono infrequenti errori di valutazione del prodotto da parte dell’apicoltore e di chi commercializza; questi errori però solo raramente portano alla commercializzazione del prodotto con una denominazione meno remunerativa e sono quindi, quasi sempre, a svantaggio del consumatore. Questo capitolo del nostro dossier “frodi” sarà quindi più finalizzato a fornire le corrette informazioni sulla definizione dei mieli uniflorali e sui sistemi di controllo a chi ha la responsabilità di stabilire la denominazione di vendita del miele, piuttosto che a informare e mettere in guardia sulla concorrenza sleale.

Nell’ultima parte si affronterà il problema delle contraffazioni vere e proprie. Su questo argomento il gruppo di lavoro “Miele” del COPA-COGECA sta raccogliendo materiale a livello europeo, avendolo identificato come problema emergente, collegato alla diminuzione della disponibilità mondiale del prodotto; le informazioni che riporteremo saranno quindi integrate da questi dati aggiornati.

Da: Enciclopedia Generale De Agostini, 1996
Frode
in diritto penale, il comportamento fraudolento, cioè contrario alla lealtà e buona fede, diretto a ledere i diritti altrui, costituisce un elemento essenziale o una circostanza aggravante di determinati reati
Sofisticazione alimentare
adulterazione e contraffazione, a scopo di lucro, delle qualità naturali di un prodotto alimentare
Adulterazione
frode consistente nel vendere generi alimentari con caratteristiche diverse da quelle dichiarate
Contraffazione
imitazione fraudolenta di un prodotto, la cui composizione viene regolata per legge da particolari norme

L’origine geografica come elemento di scelta del consumatore

Il miele è indubbiamente un prodotto molto legato al territorio di produzione, in quanto le sue caratteristiche di composizione e organolettiche derivano principalmente dalla tipo di flora bottinata. Oltre alle variazioni di vegetazione, altri elementi legati al territorio influenzano le caratteristiche del prodotto: il tipo di suolo, lo sviluppo delle diverse attività umane con le possibili ricadute negative sulla salubrità del prodotto (inquinamento) oltre che sulla costanza delle produzioni (diversa diffusione negli anni di piante agricole di interesse apistico, variazioni nelle risorse spontanee), le tecniche di produzione (dal tipo di ape e di alveare fino ai sistemi di lavorazione e di trasporto).

L’elemento origine geografica non permette di stabilire graduatorie qualitative assolute e immutabili, ma è sicuramente alla base di differenze relativamente costanti, riconoscibili sia a livello organolettico che di composizione e che rendono i prodotti di diversa origine geografica non equivalenti l’uno all’altro. Alle differenza obiettive e verificabili a livello analitico devono aggiungersi quelle di immagine che fanno sì che il consumatore preferisca un prodotto all’altro anche senza conoscerne le caratteristiche obiettive.

Questa situazione di fatto è riconosciuta dalla legge italiana sul miele che prevede due livelli di denominazione geografica, uno volontario e l’altro obbligatorio. Il livello volontario (art. 6) stabilisce che il miele può essere commercializzato con una indicazione relativa all’origine geografica, quale un nome regionale, territoriale o topografico, qualora il miele provenga totalmente dall’origine indicata. Il livello obbligatorio (art. 3 della legge 753/82 come successivamente e ripetutamente modificato) discrimina il miele prodotto totalmente o in parte all’esterno della Comunità Europea, ponendo l’obbligo di porre le menzioni indicate nella tabella 1.

Nell’attuale direttiva comunitaria, della quale la legge italiana dovrebbe essere il recepimento completo e privo di modifiche, gli obblighi relativi alle denominazioni d’origine non sono così puntuali: si indica solo che “gli Stati membri possono mantenere le disposizioni nazionali che prescrivono l’indicazione del paese d’origine, fermo restando che tale menzione non può più essere richiesta per il miele originario della Comunità”. E’ attualmente in corso l’aggiornamento di questa direttiva ed è prevedibile che gli obblighi previsti siano mantenuti più o meno negli stessi termini. Questo lascia aperta una strada, un po’ tortuosa a dire il vero, al prodotto extracomunitario commercializzato senza indicazione d’origine geografica, in quanto un miele confezionato in Germania, dove non esiste l’obbligo di indicare l’origine extracomunitaria, può, per il principio della libera circolazione delle merci tra gli Stati membri, essere venduto in Italia senza necessità di adeguare le etichette alle più restrittive norme italiane. Per eliminare questa possibilità occorrerebbe che l’obbligo di discriminare il prodotto extracomunitario fosse introdotto nella stessa direttiva e non lasciato alla facoltà degli Stati membri. E’ la richiesta dei rappresentanti degli apicoltori del sud Europa, ma non è detto che questi avranno la forza per contrapporsi ai rappresentanti degli importatori e dell’industria alimentare del nord Europa e farla accettare.

Tabella 1: menzioni relative all’origine geografica obbligatorie secondo la legge 753/82

Origine del miele
Menzioni obbligatorie
Comunitaria
Comunitaria + Extracomunitaria
Miscela di mieli comunitari e extracomunitari
+ Paesi extracomunitari
Extracomunitaria (di un solo Paese)
Miele extracomunitario + Paese
Extracomunitaria (di più Paesi)
Miele extracomunitario + Paesi

Il controllo e la tutela dell’origine geografica: l’analisi melissopalinologica

Rispetto agli altri prodotti agroalimentari legati al territorio (vini, formaggi, salumi, oli) il miele possiede un grandissimo vantaggio: quello del certificato d’origine incorporato. Il miele infatti contiene una quantità variabile, ma sempre presente, di granuli pollinici derivanti dalle piante sulle quali è stato bottinato il nettare, da quelle bottinate per il polline e dall’ambiente di produzione. Dall’osservazione microscopica dei granuli pollinici è possibile identificare le piante che li hanno prodotti, risalire quindi a un particolare tipo di vegetazione e, conseguentemente, alla zona di produzione.

La melissopalinologia (studio del polline nel miele) è una branca relativamente antica della palinologia (studio del polline e delle spore): il primo studio sulla microscopia del miele risale al 1895 e nel primo ventennio di questo secolo le basi di questa tecnica erano già state costituite. Nel 1927 la federazione degli apicoltori tedeschi, sollecitò il prof. Zander a elaborare un sistema di controllo dell’origine geografica del miele sulla base dell’analisi pollinica che potesse fornire le basi per una efficace protezione del prodotto locale. La Germania era già allora uno dei maggiori importatori mondiali di miele e il problema dell’origine del prodotto era molto sentita, anche considerando che in quel momento i valori del germanesimo si stavano affermando in tutti i campi. Il monumentale lavoro del prof. Zander fu pubblicato in 5 volumi (editi dal 1935 al 1951), è rappresentato da 1015 pagine e 128 tavole fotografiche e costituisce ancora oggi un riferimento importante.

La tecniche melissopalinologiche si sono diffuse successivamente anche negli altri paesi europei (meno al di fuori dell’Europa, dove evidentemente l’origine del miele viene considerato un parametro di importanza minore). Se il problema del prof. Zander era quello di distinguere il miele tedesco da quello del resto del mondo e quindi i pollini venivano classificati in nostrani e stranieri, i melissopalinologi che l’hanno seguito si sono invece più preoccupati della caratterizzazione dei mieli di ogni origine economicamente interessante e all’applicazione della stessa tecnica nella valutazione dell’origine botanica.

Il metodo di caratterizzazione geografica è relativamente semplice: occorre raccogliere una campionatura sufficientemente ampia e rappresentativa (possibilmente di anni diversi) del prodotto dell’origine da studiare; attraverso lo studio si stabiliscono dei modelli con i quali confrontare poi i prodotti incogniti.

Le tecniche di studio e di analisi coincidono. Il polline contenuto nel miele viene isolato attraverso la centrifugazione del prodotto diluito in acqua e montato su un vetrino da microscopio. Il polline può essere montato tal quale, incluso in gelatina glicerinata, eventualmente colorato o trattato in maniera tale da evidenziare la struttura della parete esterna, che è la parte del polline più studiata e quindi documentata.

Il riconoscimento dei pollini si basa sulla conoscenza che l’analista ha acquisito studiando preparati di riferimento, ottenuti dal polline raccolto direttamente dalle piante in questione, o dalla descrizione iconografica della letteratura specializzata. In ogni miele sono presenti da poche centinaia fino a circa un milione di granuli pollinici per grammo; i tipi pollinici riscontrabili in ogni preparato variano da pochi tipi (una decina) a un centinaio: nel lavoro routinario la “lettura” del vetrino non può, per motivi pratici, prevedere il conteggio di tutti i granuli presenti, ma una numero ridotto (100 – 1.000 a seconda del miele e del livello di precisione richiesto). Nella determinazione dell’origine geografica assume maggiore importanza la determinazione delle specie presenti con piccola o piccolissima frequenza, che vengono identificate con una osservazione quanto più completa possibile della preparazione, al di fuori del conteggio.

Attraverso l’elaborazione dei risultati delle analisi eseguite sui mieli campionati e studiati si evidenziano gli elementi comuni ai prodotti della zona. L’ideale sarebbe ritrovare forme polliniche particolarmente significative in quanto esclusive della zona studiata e presenti costantemente (forme polliniche traccianti). Una eventualità di questo tipo è estremamente rara, ma si conoscono indicatori di grande valore diagnostico, quali ad esempio le Mimosoidee nei mieli tropicali. Sono invece relativamente comuni le forme polliniche esclusive di alcune zone, ma non costanti e presenti solo con piccolissime frequenze (forme polliniche guida). Più spesso si evidenziano associazioni tipiche (spettri guida), costituite cioè da tipi pollinici presenti anche in mieli di altra origine, ma diversamente associati: ad esempio i mieli della Florida sono caratterizzati dalla costante presenza di Sophora, Citrus, Ilex e Nyssa. Altro elemento può essere la frequenza di una forma pollinica: sempre nello stesso esempio, Ilex (l’agrifoglio) può essere presente anche in numerosi mieli europei, ma mai a livello di polline dominante. Il resto dello spettro fornisce ulteriori informazioni: soprattutto nel caso di molti pollini presenti con basse frequenze, la sola presenza non è elemento diagnostico, ma la presenza associata a uno spettro di base già caratteristico, fornisce la conferma dell’origine sospettata.

Se uno spettro pollinico dipende ovviamente dalla vegetazione della zona di produzione, tuttavia nessuna previsione può essere fatta riguardo alla reale rappresentatività delle diverse specie nei mieli che ne derivano. In altre parole la determinazione dell’origine geografica si basa sempre sul confronto tra lo spettro pollinico del miele in esame e i modelli verificati. Purtroppo buona parte delle informazioni relative agli spettri pollinici dei mieli prodotti nelle varie parti del mondo non sono disponibili in letteratura, ma patrimonio di ogni singolo analista. Attualmente la maggior parte dei confronti tra i riferimenti e il prodotto incognito viene fatta su base mnemonica dall’analista, con la verifica dei dati delle analisi precedenti e della letteratura, ma sono stati impostati anche sistemi informatizzati, in cui l’analisi del prodotto incognito, costituita da decine di dati (presenza/assenza delle diverse forme polliniche e loro frequenza relativa e assoluta) può essere confrontata, anche con l’ausilio di test statistici di significatività, con una vera e propria banca dati. Ogni valutazione dell’origine geografica costituisce quindi una perizia complessa, alla quale concorrono tutti i dati disponibili.

Difficoltà e limiti dell’analisi pollinica per la determinazione dell’origine geografica

Già questa descrizione del metodo dell’analisi pollinica per la determinazione dell’origine geografica ha messo in evidenza un parte delle difficoltà di applicazione, ma ne esistono altre.

La prima riguarda il fatto che le analisi devono essere svolte da personale estremamente specializzato, in quanto il riconoscimento dei pollini si basa sulla memoria visiva dell’analista e sulla familiarità che questi ha con le forme da identificare. E’ necessario un lungo tirocinio e l’allenamento deve essere costante: i tecnici che si occupano di analisi pollinica devono quindi dedicarsi a questa attività a tempo pieno o quasi.

Il secondo problema riguarda la standardizzazione dell’analisi stessa: il riconoscimento dei pollini da parte degli analisti può essere standardizzato solo attraverso una formazione uniforme e un costante aggiornamento e controllo dei tecnici (attraverso analisi interlaboratorio). Per quello che riguarda la standardizzazione dell’interpretazione dei risultati, l’unico sistema proponibile è rappresentato da quello informatico, che è di uso ancora limitatissimo, non esistendo una banca dati sufficientemente estesa.

Esiste inoltre una imprecisione di base sulla valutazione dello spettro pollinico che non permette di arrivare a risultati riproducibili quanto quelli ottenibili con altri tipi di analisi; in primo luogo il campionamento (la preparazione di un vetrino a partire da 10 grammi di miele e l’osservazione di una frazione del sedimento che se ne ottiene) è troppo ridotto per poter avere dei risultati identici, in termini di tipi pollinici riscontrati, ripetendo l’analisi. In secondo luogo, per avere un’accuratezza dell’ordine dell’1 % nella stima delle frequenze relative occorrerebbe effettuare un conteggio su 40.000 granuli pollinici e questo è incompatibile con l’economicità del sistema. I melissopalinologi conoscono i limiti della tecnica e non si meravigliano delle differenze tra ripetizioni delle analisi imputabili a questi aspetti, ma il profano può pensare a una incompetenza di uno o dell’altro laboratorio. Purtroppo, se si vogliono utilizzare le informazioni che questo tipo di analisi può offrire, bisogna accettarne i limiti.

Un altro problema consiste nelle variazioni che gli spettri pollinici dei mieli di determinate zone possono subire in conseguenza delle variazioni dell’agroecosistema o dei sistemi di apicoltura o anche dell’evoluzione tecnica e di mercato. Ad esempio in passato elevate percentuali di polline di girasole o di facelia erano considerate una chiara indicazione riguardo all’origine est europea del miele. Dagli anni ottanta il girasole ha smesso di avere tale preciso valore diagnostico e oggi sta avvenendo lo stesso per la facelia. Occorre quindi mantenere un costante aggiornamento delle informazioni.

Il limite maggiore della determinazione dell’origine geografica attraverso l’analisi microscopica del miele riguarda il fatto che lo spettro pollinico originario di un miele può essere facilmente modificato nel corso della lavorazione, proprio con finalità di frode. Lo spettro pollinico può essere modificato o attraverso miscelazione tra mieli diversi o eliminando il polline presente nel miele con un processo di filtrazione spinta (filtri pressa o filtri a cartoni).

Nel primo caso, visto che in molti casi l’interpretazione dello spettro si basa su associazioni specifiche e valutazione della presenza/assenza di forme caratteristiche, una miscela tra due o più mieli può portare a mascherare o togliere valore diagnostico ad alcune associazioni polliniche. Nella maggior parte dei casi, comunque, integrando l’analisi pollinica con le conoscenze relative alla disponibilità di miele delle diverse origini, è possibile arrivare a interpretare correttamente anche gli spettri composti. Occorre rilevare che, anche in funzione della diversa quantità di polline totale nei diversi tipi di miele, progettare un miele fraudolento con uno spettro pollinico che non desti sospetti richiede conoscenze melissopalinologiche approfondite quanto quelle dell’analista.

Più subdola la filtrazione spinta, legalmente vietata proprio per assicurare la possibilità di controllo dell’origine geografica e botanica attraverso le caratteristiche microscopiche del miele. Un miele filtrato si riconosce facilmente per il ridottissimo numero di elementi figurati presenti: la filtrazione in questo caso ha la finalità di ridurre i rischi di ricristallizzazione e viene applicata, come tecnica corrente, nella lavorazione del miele destinato alla commercializzazione allo stato liquido negli Stati Uniti e in altri Paesi del continente americano, dove la tecnica è ammessa. Normalmente in questi mieli è comunque possibile risalire all’origine geografica, se i pochi pollini residui riproducono, su scala ridotta, lo spettro originale. Se però questo miele viene addizionato di altri prodotti, in questo caso con finalità fraudolente, lo spettro apparirà, con modifiche quantitative più o meno sostanziali, come quello dei mieli aggiunti dopo filtrazione. In questo caso la frode può essere scoperta se esistono dei parametri caratteristici al di fuori delle caratteristiche microscopiche (particolarità compositive o organolettiche) o se il residuo di sedimento del miele originario filtrato presenta caratteristiche tanto significative da poter essere riconosciute anche nella miscela. A parte il fatto che una simile frode deve comunque essere giustificata dalla convenienza economica, che è tutt’altro che evidente, considerati i costi di lavorazione aggiuntivi, questa sofisticazione potrebbe essere attuata solo nell’ambito di strutture di lavorazione che possiedano sistemi di riscaldamento su strato sottile (il miele può passare nei filtri di questo tipo solo se a 70 – 80° C) e il filtro incriminato: il sistema di controllo riguarda in questo caso l’idoneità legale o meno degli impianti di lavorazione presenti in azienda.

Sono allo studio sistemi di analisi chimiche e strumentali che possano sostituire e superare i limiti dell’analisi pollinica. Si basano sul fatto che nei derivati vegetali è riconoscibile l’impronta dell’ambiente dove le piante si sono sviluppate, soprattutto in termini di elementi rari, che non sono distribuiti in maniera uniforme nella sfera terrestre. Questi metodi sono già applicati per altri prodotti agroalimentari (vino) e potranno forse, in un prossimi futuro, essere utili anche in campo apistico.

Frodi sull’origine geografica

Se è facilmente immaginabile perché i tedeschi degli anni ’30 preferivano il miele tedesco a quello di altrove, perché gli italiani d’oggi dovrebbero preferire il prodotto nazionale a quello d’importazione? In effetti è probabile che molti una preferenza non l’abbiano semplicemente in quanto ignorano il problema e magari non si sono neanche accorti di avere già comprato, senza saperli, miele cinese. Messi di fronte al problema – “Questo è cinese e questo italiano; quale vuoi?” – non penso che molti avrebbero dubbi, a parità di prezzo.

E’ proprio qui il problema: la frode sull’origine geografica permette di aggiungere un plus, l’origine nazionale o comunque “non cinese” (cioè l’assenza di indicazioni relative all’origine), al prodotto che si posiziona in una definita fascia di mercato, spesso la più bassa. Non ha invece bisogno di mentire riguardo all’origine chi vende miele d’importazione puntando sulla propria immagine o sulla qualità intrinseca del prodotto.

Per un’altra categoria di persone la tentazione può essere molto forte: qual è quell’apicoltore che non si pone il problema quando non dispone di sufficiente prodotto ed è sollecitato dal consumatore che è disposto a comprarlo da lui, ad un prezzo più alto rispetto al supermercato, con la convinzione di acquistare un prodotto artigianale e locale? In questo caso il consumatore non solo vuole miele nazionale, ma fatto sul posto e quindi si apre la strada per due possibili livelli di frode: quello relativo alle indicazioni obbligatorie e quello relativo alle indicazioni geografiche volontarie, a seconda del miele che viene commercializzato.

C’è infine chi decide di giocare sul fatto che il consumatore non legge, o comunque se legge non sa interpretare, l’etichetta ed evidenziando bene la località in cui ha sede l’azienda (un bel posto turistico e pieno di fascino) o con una opportuna denominazione dell’azienda (che comprenda, per esempio, un riferimento territoriale) e riducendo eventualmente ai limiti della leggibilità le indicazioni obbligatorie riguardo all’origine extracomunitaria, si presenta con un prodotto che il consumatore acquista per locale, ma che non lo è né in realtà, né sull’etichetta.

La frequenza di queste frodi o inganni non perseguibili è probabilmente rilevante, si tratta comunque di osservazioni fatte curiosando nei punti vendita e attraverso analisi di prodotti destinati al consumatore finale che occasionalmente mi capitano per le mani. In realtà dati obiettivi sull’argomento non sono disponibili e il lettore prenderà le mie affermazioni per quello che sono: impressioni di un operatore del settore. In ogni caso la sensazione è che la frode sull’origine geografica sia diffusa, ma non molto premeditata, fatta un po’ a casaccio, senza eccessive preoccupazioni per i controlli, che in quest’ambito sono pochissimi in quanto nessun laboratorio pubblico deputato ai controlli ha in forze i tecnici specializzati necessari. Si resta senza miele, si compra prodotto di importazione, l’unico disponibile, e si usano le stesse etichette di prima, quelle usate per il proprio, tanto chi può verificare? Anche le frodi effettuate su prodotti destinati a una commercializzazione di più largo respiro sembrano pensate con gli stessi criteri (e tanto chi se ne accorge?), senza tentativi di mascherare l’origine per mezzo della miscelazione con miele nazionale. Considerato il tipo di frodi che ho avuto modo osservare mi viene da pensare che un certo numero di controlli e le conseguenti sanzioni potrebbero funzionare da deterrente ed avere un effetto moralizzatore notevole.

Spettri pollinici tipici

Passiamo rapidamente in rassegna gli elementi sui quali si basa il riconoscimento dell’origine geografica nei prodotti di importazione più comunemente commercializzati in Italia. Questa parte può apparire come uno sterile elenco di nomi latini, ma può rendere conto del fatto che, nonostante le numerose critiche riportate prima, la tecnica di analisi pollinica ha comunque una base nota, comune a tutti gli specialisti del settore e documentata. I prodotti di importazione più diffusi in Italia sono i mieli cinesi (acacia e millefiori), dell’est Europa (millefiori, acacia e tiglio), argentino (millefiori), spagnolo (alcuni uniflorali quali timo, lavanda, agrumi) e messicano (millefiori).

Miele cinese: dire Cina equivale a un continente, dove sono rappresentati tutti i tipi di clima e questo è ben visibile anche nei prodotti che giungono in Europa, come suggerisce la ricchezza e la variabilità di spettri pollinici. Tuttavia nei prodotti standard si ritrovano degli elementi comuni, che permettono di stabilire con sicurezza l’origine del prodotto. Il primo elemento di riconoscimento in realtà non è pollinico, ma organolettico ed è rappresentato dal costante sapore metallico (corrispondente a valori di ferro, proveniente dai contenitori di stoccaggio, molto superiori ai valori conosciuti per tutti gli altri mieli) e dal sapore di fermentato (dovuto alle tecniche di lavorazione). A livello microscopico l’elemento più evidente è rappresentato da un fondo continuo di lieviti di forma particolarmente rotondeggiante e rigonfia, che costituiscono un elemento di orientamento per l’analista e che non vengono eliminati completamente neppure dalla filtrazione spinta. A livello di spettro pollinico nei millefiori è comune una prevalenza netta di Brassica, presente in maniera consistente anche nei mieli d’acacia. Altri elementi pressoché costanti e caratteristici sono Robinia, Rhamnus, Tilia, Astragalus sinicus, Scrophulariaceae, Fagopyrum, Polygala, Polemonium, Thalictrum, Cucumis, Citrullus, Sanguisorba major, Evodia, Sesamum.

Miele dell’est Europa: nei mieli di acacia l’associazione più tipica è costituita dalla presenza di Cruciferae, Robinia, Phacelia, Symphytum, Chelidonium, Gleditsia, Loranthus europaeus, Vicia; questi mieli hanno spesso un quantitativo totale di polline superiore alle acacie italiane. Nei mieli millefiori si ritrovano le stesse componenti, associate a quantità più o meno consistenti di Helianthus. I mieli di tiglio dell’est Europa si differenziano da quelli nazionali soprattutto per l’elevato contenuto del polline di Tilia, che risulta inoltre associato agli elementi sopra ricordati, oltre che a Castanea.

Miele argentino: il millefiori argentino costituiva il prodotto più importato fin a due anni fa, ma sono intervenuti dei cambiamenti a livello del mercato internazionale che hanno aumentato a tal punto il prezzo del miele di questa origine, da ridurne sostanzialmente la sua presenza nel nostro paese. Si tratta di un prodotto estremamente costante e decisamente monotono; i pochi tipi pollinici sempre presenti sono: Trifolium repens gr., Melilotus, Lotus corniculatus gr., Echium, Eucalyptus, Cruciferae, Helianthus f., Compositae forma S, Daucus f. ed eventualmente Prosopis e Bursera, con una proporzione maggiore dei primi tre tipi nei mieli più chiari.

Miele spagnolo: nonostante la relativa vicinanza geografica i mieli spagnoli presentano numerosi elementi di identificazione che ne permettono il riconoscimento sicuro anche quando presenti in piccola proporzione in una miscela complessa. Questo è dovuto alla frequente estrema ricchezza di polline di origine secondaria (polline bottinato come tale dalle api) di specie vicine a quelle della nostra flora ma con tipi pollinici facilmente riconoscibili e differenziabili. Gli elementi caratteristici sono i seguenti Cistus ladanifer gr. e altre Cistaceae, Thymus, Lavandula stoechas, Lavandula latifolia, Erica umbellata, Erica vagans, Hypecoum, Ulex gr., Quercus, Citrus, Eucalyptus, Echium, Rosmarinus, Onobrychis, Rubus.

Miele messicano: i mieli di ambienti a clima decisamente diverso dal nostro non pongono in genere problemi di riconoscimento, per lo meno nella definizione dell’origine extraeuropea e di zona tropicale. Può essere invece più difficile attribuire un nome a forme polliniche appartenenti a una flora della quale si hanno informazioni molto ridotte. Sono forme caratteristiche dei mieli tropicali tipi pollinici appartenenti ai gruppi delle Mimosoideae, Cesalpinioideae, Myrtaceae, Bombacaceae, Acanthaceae, Compositae forma H, Euphorbiaceae, Proteaceae e molti altri, spesso dotati di forme molto insolite e vistose.

Mieli italiani: conosciamo i prodotti nazionali con una maggiore precisione rispetto all’immagine sfuocata e lontana con la quale rappresentiamo la flora apistica degli altri paesi. L’attività di diversi ricercatori, attivi dagli anni 60 a tutt’oggi, ci permette di avere una mappatura delle principali produzioni nazionali. Questo è indispensabile per verificare la veridicità delle indicazioni territoriali volontarie, ma anche per l’interpretazione degli spettri di mieli in cui è richiesta solo la valutazione dell’origine nazionale o meno. Infatti nell’interpretazione di uno spettro pollinico si usano tutte le armi a disposizione e quindi non solo le interpretazioni in positivo, ma anche quelle per esclusione. Anche se per alcune zone sono possibili distinzioni molto più accurate, a grandi linee l’Italia apistica può essere divisa in alcune grandi zone melissopalinologiche che possiamo così definire:

  • l’arco alpino
  • la parte occidentale delle Prealpi
  • la parte orientale delle Prealpi
  • la pianura padana
  • l’Italia centrale del versante tirrenico
  • l’Italia centrale del versante adriatico
  • l’Italia del sud del versante tirrenico
  • l’Italia del sud del versante adriatico
  • la Sicilia
  • la Sardegna

Ognuna di queste zone è caratterizzata da produzioni tipiche e da alcuni marcatori specifici, ma sarebbe troppo lungo e privo di reale interesse farne qui una lista esaustiva. Si ricorda solo la specie che viene ritenuta maggiormente discriminante e cioè la sulla (Hedysarum coronarium), che in melissopalinologia internazionale viene ritenuta tipica dell’origine italiana, in quanto non presente nel resto dei Paesi europei alla nostra latitudine, ma solo in nord Africa, dove però si trova associata a specie di climi più caldi. La sulla è presente praticamente in tutti i mieli prodotti a sud del crinale appenninico emiliano-romagnolo ed è completamente assente al nord di questa linea (tranne che sulle colline argillose della Romagna). Poiché questa divisione dell’Italia coincide, più o meno, con una ripartizione economica dell’apicoltura (a nord si vende più di quello che si produce e a sud, il contrario) risulta particolarmente facile usare questo indicatore (presenza/assenza di sulla) per verificare l’origine di prodotti venduti al nord come prodotti locali.

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