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Api / Agricoltura / Ambiente

Dove sono finite le api?

29 giugno 2002.

di Adriano Sofri. La Repubblica, 29 giugno 2002.

Il quotidiano Le Monde sta pubblicando reportage e commenti sulla scomparsa delle api. Senza intenzioni poetiche o profetiche, con una lingua diversa da quella che Pasolini impiegò nell’articolo delle lucciole…

 

…”…Mi si lasci dare una definizione di carattere poetico-letterario di quel fenomeno che è successo in Italia una decina di anni fa…” Era il 1° febbraio del 1975. Pasolini commemorava la fine del mondo..
Le pagine del Monde hanno a che fare con la fine del mondo, e si scelgono a epigrafe una frase forte, attribuita a Einstein: “Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”.
L’allarme è sollevato da anni anche dai nostri apicultori. Della premura nuova per la genuinità e la tradizione, il miele è la quintessenza. Nostalgia: ci fu un tempo in cui il miele scorreva a fiumi. Fra le piante selvatiche francesi, dice il giornale, 22.000 dipendono per la riproduzione dall’impollinazione delle api. Ad ogni primavera un quarto degli alveari francesi – oggi sono un milione e 350.000 – perde i suoi abitatori, facendo temere l’estinzione degli insetti. Responsabili principali, denunciano gli apicultori, sono i cosiddetti insetticidi “sistemici”, e in particolare quello prodotto dalla Bayer col nome ‘Gaucho”, commercializzato da una decina d’anni. Basato sulla moIecola attiva di imidaclopride, esso non viene cosparso in polvere sulle colture, ma inglobato nei semi di girasole, grano e mais, e rilasciato nel corso della crescita. Metodo che riduce il dosaggio e la dispersione, ma, si è poi appurato, accresce la persistenza nei fiori e nel polline, oltre che nel suolo. Le api sono vulnerabilissime alla molecola, anche alle dosi più basse, inferiori a tre particelle per miliardo. La Bayer (e le sue concorrenti) negano la responsabilità dei loro prodotti. La
questione è arrivata davanti alla Commissione europea. Quanto agli Stati Uniti, un apicultore intervistato dichiara che hanno già perso l’80 per cento delle loro api (in quanto tempo, non lo dice). Mi ha colpito un’altra frase, del portavoce degli apicultori francesi: “L’ape gode di un capitale di simpatia nell’opinione pubblica”. A parte l’associazione fra simpatia e capitale, mi ricordo tre versi di una canzone francese di spericolato sentimentalismo: “Io mi prolungo in te, come il fiume nel mare, comme la fleur dans l’abeille – come il fiore nell’ape.
L’imidaclopride, il capitale di simpatia: siamo lontani, si vede, dalla lingua con cui Pasolini commemorava in apertura del “Corriere” la scomparsa delle lucciole e la mutazione delle fisionomie democristiane. Le lucciole sono specialmente poetiche, perché sono notturne e gratuite: non danno miele, fanno solo luce. Hanno prestato il loro nome alle ragazze che fanno la notte. Api e formiche, invece, sono servite da sempre a figurare l’intera società umana: l’alveare, il formicaio. Nel caso delle api, gli uomini le immaginavano così a propria somiglianza che ancora in pieno Settecento, se non sbaglio, credevano che avessero un re, e non una regina. Il famoso inventore di emblemi
senese del Cinquecento, Scipione Bargagli, ne disegnò uno dedicato appunto “al re delle api”: non so se sia quello sbalzato in bronzo, col motto “Maiestate tantum”, sul monumento equestre di piazza dell’Annunziata a Firenze. Credeva ancora al re l’autore del più geniale e irridente trattato sui costumi umani attraverso l’alveare, Bernard de Mandeville (1670-1733). Il suo poemetto si intitolava “La favola delle api”, e aveva il sottotitolo divenuto proverbiale “Vizi privati pubbliche virtù”. L’ho appena riletto, in una traduzione in versi stampata dalla milanese Tikkun. Mandeville sosteneva che l’egoismo, la disonestà, i vizi e i delitti di cui le api (e gli umani) non fanno che lamentarsi mutuamente, sono in realtà la molla della prosperità e del progresso. All’opposto, probità e frugalità riportano l’alveare (e la società umana) a uno stato di mera animalesca sussistenza. Rivelando la verità profonda dell’incipiente rivoluzione industriale, Mandeville faceva l’elogio del lusso e della competizione, anticipando gli economisti liberali, con una lucidità machiavelliana. “La sacra spada della Giustizia I colpiva solamente i disperati/ delinquenti per necessità. I Per i loro delitti! non meritavano la corda! ma ci finivano appesi / per dar sicurezza a ricchi e potenti”.
Riletta oggi, la favola induce alle più diverse morali. Una, che la guerra giudiziaria alla corruzione è un’utopia rozza e reazionaria (è la polemica contro Tangentopoli del commento al volumetto citato). Un’altra ne fa un’apologia del liberismo, se non selvaggio, appena temperato (i vizi privati sono via via moderati e ingentiliti dalle leggi e dall’educazione: concessione che il vizio fa a malincuore alla virtù dell’ipocrisia). Si può rileggerla per rinfacciare la rovinosa decadenza delle api divenute virtuose al moralismo no-global. A me, ora, la Favola è sembrata (come, immagino, se rileggessi Malthus) una magnifica e amara rivelazione della frontiera oltrepassata dalla dialettica fra vizi privati e benefici pubblici. Del fatto che siamo finiti in fuorigioco, e l’arbitro, venduto, non fischia. Mi dispiace di non sapere abbastanza di Mandeville, benché fossi amico del suo migliore studioso, Onofrio Nicastro. Mancava probabilmente, a Mandeville, la sensazione prossima della consumazione della terra. Della scomparsa delle lucciole, delle api minacciate dall’imidaclopride. Pensava, Mandeville, che la società umana sapesse spontaneamente produrre le regole necessarie a imbrigliare un’aggressività solo distruttiva, e a trasformare la corsa singolare alla ricchezza in benessere comune. Non so voi: a me capita continuamente, quasi infantilmente, di essere spinto verso l’altra faccia delle cose. Leggo la citazione di Einstein: “Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”, e penso che se l’uomo scomparisse dalla faccia della terra, l’ape vivrebbe indisturbata per una specie di eternità.
In questi giorni si moltiplicano le discussioni sulla fine del mondo: dev’essere l’estate. Su questo giornale c’era appunto martedì una utile pagina (pagina 23, precisamente:
la fine del mondo non può andare in prima pagina, se non il giorno dopo; è una specie di paradosso eleatico, di cui abusano gli screanzati apologeti del mondo come va, per assicurare che va nel modo migliore e deridere i catastrofisti, sicuri di non poter essere smentiti, finché c’è vita…). Si intitolava: “Così la terra consuma se stessa. Allarme degli scienziati: il pianeta non fa in tempo a rigenerarsi”. Spendiamo il debito, respiriamo aria postuma, beviamo l’acqua dei nipoti: come facciamo nelle nostre leggi finanziarie.
Era interessante, la pagina, perché il calcolo che illustrava della “impronta ecologica” si fonda sui consumi individuali e famigliari (i “vizi privati”, che diventano disastri
pubblici): Sei vegetariano? Quanti rubinetti hai in casa? Hai comprato un frigorifero l’anno scorso?
La bella rassegna settimanale di Alexandre Adler, “Courrier International”, dedica il suo ultimo numero al “pessimismo ecologico”. Il titolo di copertina è secco: “La planète est-elle foutue?” La terra fottuta (il punto interrogativo è per il paradosso eleatico). Il pretesto è la tesi dell’economista danese Bjørn Lomborg (“The skeptical Environmentalist”): la situazione del pianeta non è affatto allarmante, e l’economia di mercato correggerà spontaneamente gli eccessi. Non ne parlerò qui: non so nemmeno se ne sarei capace. Qui bisogna fermarsi alle api. Sciascia scrisse a Pasolini morto, per dirgli che le lucciole stavano cautamente tornando. Io non so. Sono alla mia sesta estate senza stelle. Me le ricordo, stelle, lucciole e api. Mi ricordo il mio orto, pieno di quelle orchidee dei poveri che si chiamano scarpette della Madonna o Ophris apifera, perché somigliano a un’apis mellifera femmina, e seducono il maschio. Mi ricordo un film di Anghelopulos che si intitolava così, “O melissokomos”, (ma in italiano “Il volo”). Un film che non ce la faceva a essere bello come pretendeva: ma finiva con l’apicultore, Mastroianni, che si suicidava facendosi ammazzare dalle api. Anche lui doveva aver letto la citazione di Einstein alla rovescia.

 


Altri articoli sull’argomento:

Panella intervistato dal Corriere | Imidacloprid e ambiente | Nuovi avvelenamenti primaverili di apiari | Apicoltori figli di un dio minore | Morie di api in Francia | Effetti dell’Imidacloprid nei confronti delle api | Gaucho 200019991998 | Imidacloprid a difesa del verde pubblico? | Continua la strage di api

Link utili:
Les apiculteurs accusent un insecticide de tuer les abeilles. Le Monde, 24 giugno 2002.
Un producteur du Gers : “Je me pose la question d’arrêter”. Le Monde, 24 giugno 2002.
Les abeilles, suite. Le Monde, 24 giugno 2002.

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