Subscribe Now

Trending News

Il mercato Notizie

Dossier antibiotici. Gli antibiotici nel miele: Troppi residui

(Giugno 2001)

L’inquinamento da antibiotici è diventato una realtà preoccupante. Si stima che nell’anno 2000, su tutto il pianeta, si siano consumate circa 50.000 tonnellate di antibiotici per il trattamento delle malattie umane, animali e vegetali.

Una consistente percentuale di tali medicamenti si ritrova nell’ambiente, in forma attiva. L’apicoltura non è, purtroppo, risparmiata, poiché, da alcuni anni, si rintracciano residui di antibiotico…

 

nel miele, in quantità certamente troppo esigue per arrecare danni alla salute dei consumatori, ma sicuramente eccessive perché si possa rispettare il desiderio dei consumatori, che ricercano qualità naturali del miele.

disegno ape che giocca a fare la chimicaGli antibiotici riducono o bloccano lo sviluppo e la moltiplicazione dei batteri. A seguito del loro grandissimo successo nel campo della medicina umana, sono stati utilizzati nella prevenzione e nel trattamento di malattie microbiche degli animali e delle piante. Ci si è rapidamente resi conto che il loro impiego regolare favoriva l’accrescimento degli animali tramite un miglior utilizzo del nutrimento.
Da lì ad utilizzarli come promotori della crescita, non c’era che un passo che tutti hanno, in un primo tempo, compiuto con leggerezza.

Si stima che la metà degli antibiotici venduti oggi sia utilizzata per il trattamento e per l’accrescimento degli animali. Attualmente, gli antibiotici sono tanto aggiunti all’acqua dei pesci d’allevamento, quanto utilizzati per eliminare la crescita dei batteri nelle tubature! Tale eccessivo consumo crea problemi per l’ambiente e per la salute. Nell’edizione del 6 marzo 1999, una rivista scientifica inglese, il “New Scientist”, dà l’allarme per i cocktails di medicinali rintracciati nei fiumi e nelle acque di consumo.

Queste sostanze, che non costituiscono l’oggetto di un monitoraggio pubblico, si ritrovano pertanto in forma attiva a soglie inquietanti. La ragione è che dal 30 al 90% degli antibiotici consumati dagli esseri viventi è espulso, attraverso le urine, nella sua forma originale o in forma di prodotti di decomposizione che, in certi casi, possono essere più reattivi e più tossici del medicamento di origine.

Altri studi, effettuati sulle acque dei laghi svizzeri, sull’acqua consumata a Berlino o sull’acqua proveniente dal Tamigi hanno rilevato un cocktail con più di 170 diversi medicinali, che vanno da quelli che regolano il tasso di colesterolo ai derivati della morfina, passando attraverso antibiotici e medicinali per la chemioterapia del tumore! Le autorità nazionali e quelle europee cominciano ad occuparsi delle conseguenze di questo inquinamento farmaceutico sull’ambiente e sulla sanità pubblica.

Per tornare agli antibiotici, il loro impiego nella medicina umana e veterinaria ha comportato un fenomeno di resistenza: i batteri sensibili a questi medicinali hanno elaborato numerose strategie per sopravvivere alla presenza di antibiotici. Un antibiotico può indurre una resistenza in batteri diversi e tale resistenza si può trasmettere da un batterio all’altro, anche in assenza delle molecole di antibiotico. Infine, la resistenza acquisita dall’uomo può essere trasmessa agli animali che, a loro volta, possono trasmettere altre forme di resistenza all’uomo.

Nell’edizione del 21 aprile 2001, il “New Scientist” rivela che alcuni ricercatori hanno scoperto che dentro l’acqua del suolo sottostante fattorie d’allevamento, si trovano dei batteri resistenti alla tetraciclina (un antibiotico usato comunemente sia in medicina veterinaria che umana), proveniente dai batteri del sistema digestivo dei maiali allevati nelle fattorie. Questo fenomeno di resistenza è diventato assai inquietante per la sanità pubblica mondiale, poiché  malattie tipo la tubercolosi, un tempo facilmente curabili tramite antibiotico, diventano sempre più difficili da arginare.

L’Organizzazione Mondiale della sanità ha recentemente lanciato un allarme e raccomandato, quanto meno, che l’impiego di antibiotici venga limitato, soprattutto quando esistono alternative. L’impiego di antibiotici a piccole dosi per periodi di tempo prolungati costituisce condizione assai favorevole all’emergere della resistenza nei batteri.

Nell’Unione Europea, dal 1° luglio 1999, quattro degli otto antibiotici utilizzati come stimolatori della crescita sono stati proibiti. Le associazioni europee dei consumatori si augurano la proibizione totale ed hanno recentemente avanzato delle proposte in tal senso al Parlamento Europeo.

Gli antibiotici in apicoltura

disegno antibioticiIn apicoltura, vengono impiegati tre antibiotici per il trattamento delle malattie da batteri (peste americana ed europea): le tetracicline, la streptomicina ed i sulfamidici. Nell’Unione Europea, l’impiego di antibiotici, a titolo preventivo, è vietato come pure, in linea teorica, per il trattamento della patologia. I paesi del Nord Europa (fra cui il Belgio) impongono la distruzione degli apiari malati di peste.
In Gran Bretagna, solo gli alveari malati di peste americana devono essere bruciati. I Paesi del Sud Europa non impongono la distruzione delle colonie malate. La decisione di trattarle con antibiotici viene presa sotto la responsabilità del veterinario.
La situazione è molto diversa nei Paesi che non rientrano nella CE, a parte la Svizzera che rispetta regole d’igiene molto rigide e paragonabili a quelle CE e la cui applicazione è regolarmente controllata. Negli USA e in Australia, il trattamento antibiotico delle colonie a titolo preventivo ha progressivamente sostituito una gestione più ecologica della malattia che consisteva nell’ispezione regolare degli apiari e nel bruciare le colonie infette.

Trattare le colonie in maniera preventiva e prolungata con dosi esigue di antibiotico ha conseguenze nefaste per la salute delle api e nuoce ad una gestione sana dell’apicoltura. La prima conseguenza è che la peste diventa endemica: si entra, quindi, in un circolo vizioso, ove è necessario continuare il trattamento per timore di scatenare la malattia. L’altro importante problema è il riciclaggio o la rivendita di materiale apistico: tutti gli apiari che hanno contenuto delle colonie trattate a titolo preventivo sono soggetti a propagare la malattia a colonie sane. Infine, si arriva a ciò che era prevedibile: in Argentina e negli USA, sono stati constatati i primi segni di resistenza alle tetracicline da parte del bacillo della peste americana.

Un’ulteriore ragione per trattare le colonie di api in modo biologicamente più armonico è ovviamente quella di salvaguardare il miele. Gli antibiotici somministrati alle api, malate e no, si ritrovano inevitabilmente nel miele. Qual è la relazione fra la quantità di antibiotico somministrata e quella che si ritrova nel miele? Non la si conosce ancora esattamente. Ciò che sappiamo è che il miele che proviene dai Paesi dove l’impiego degli antibiotici è autorizzato contiene residui del medicinale che vanno da qualche ppb a 240 ppb! I residui di antibiotico possono anche originare dal colaticcio proveniente dai maiali ingrassati con sulfamidici.

La qualità dei mieli stranieri ci riguarda tutti, poiché circa la metà del miele consumato nell’Unione Europea proviene da Paesi terzi. I maggiori esportatori di miele verso la UE sono l’Argentina, la Cina ed il Messico. I rari controlli effettuati ed i cui risultati sono resi pubblici rivelano una forte contaminazione da antibiotici, (si veda a tal proposito l’edizione di febbraio 2002 di Test-Achats). Sebbene tale situazione sia assolutamente inaccettabile per i consumatori e per la maggior parte degli apicoltori che rispettano le loro api e le regole vigenti.

Queste concentrazioni di antibiotico sono, però, molto basse rispetto alle dosi accettate dagli enti che si occupano della sanità pubblica per altri elementi di origine animale quali la carne di maiale, quella bovina, il pollame o le uova. Per esempio, si considera che un consumo quotidiano accettabile (D.G.A) di residui delle tetracicline è pari a 25 ppb per kg di peso corporeo. La FDA americana raccomanda, del resto, che gli Americani non consumino più di 1,5 mg di sostanze anti-infettive al giorno, corrispondenti, cioè a 1500 ppb. La presenza di residui antibiotici nel miele non va posta, quindi, in termini di sanità pubblica. Si tratta, piuttosto, di preservare l’immagine di qualità e di salubrità del miele.

La maggior parte dei Paesi dell’Unione ha cominciato a reagire e si stanno studiando dei progetti di regolamentazione. Per avere una visione chiara della situazione in Europa, saranno necessari degli studi su scala più ampia e dei metodi-tests uniformi che permettano di effettuare dei validi paragoni.
Le prime proposte nazionali si muovono in direzione di un limite di tolleranza esiguo, che va sino ai 50 ppb a seconda del tipo di antibiotico rintracciato. In Belgio, tale soglia di tolleranza dovrebbe essere sostituita, nel tempo, da una tolleranza 0, cosa che corrisponde al desiderio dei consumatori per i quali il miele è un alimento naturale di alta qualità.

Myriam Lefevre

tratto da Abeille & Cie – n. 85 – 6/2001
Traduzione di F. Barbero

Potrebbero interessarti